Luca De Fusco: “Il teatro in una situazione insostenibile. Premiato dal pubblico, non dallo Stato”

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Appellarsi al Capo dello Stato sembra l’unica strada percorribile. Almeno quando le altre non hanno ottenuto grandi risultati. Luca De Fusco, direttore artistico della Fondazione Teatro di Roma, si rifà anche a ciò che pochi giorni fa portò l’appello di Pupi Avati per il cinema a trasformarsi nella Legge Avati, approvata con 218 sì alla Camera. Magari una Legge De Fusco aiuti la prosa. Nel frattempo ieri, con la giuria e i candidati finalisti al «Premio Le maschere del Teatro Italiano 2026», è stato ospite al Quirinale del Presidente Mattarella. Che ha compreso il grido d’aiuto: «Certamente avere cura, avere a cuore la condizione del teatro – ha detto il Capo dello Stato di chi vi lavora, è una preoccupazione di carattere generale per il nostro Paese, per poi sottolineare «come il teatro abbia sollecitato, accompagnato e valutato la crescita della civiltà dell’umanità».

De Fusco, i numeri riflettono o meno l’importanza cruciale che lo stesso Presidente Mattarella attribuisce al teatro?
«È un settore florido e apprezzato dal pubblico. Ma penalizzato dalle sovvenzioni».

Una situazione tutta italiana, all’estero la prosa è considerata altrimenti giusto?
«Giudichi lei. I dati italiani fanno riferimento all’anno 2025. Gli spettatori della lirica sono 2 milioni e centomila, le sovvenzioni statali ammontano a 200 milioni di euro. Vale a dire che il singolo spettatore costa allo Stato italiano 95,23 euro. Gli spettatori di prosa sono 17 milioni 281 mila. Lo Stato ha riconosciuto all’intero settore 97 milioni di euro. Il costo per singolo spettatore è di 5,05 euro. Il cinema ha portato in sala 71 milioni di spettatori, il fondo erogato è di 700 milioni: il costo per spettatore è stato di 9,70 euro. Si evince facilmente che il costo per singolo spettatore cinematografico ammonta al doppio di quello teatrale. Non parliamo poi di quello della lirica. Va anche detto che è impossibile scorporare gli spettatori di film stranieri da quelli dei film italiani. E sappiamo dal box office che la maggioranza vede i film hollywoodiani. Al contrario gli spettacoli teatrali sono tutti italiani».

All’estero va meglio?
«Molto meglio. La vicina Francia destina il 21% delle sovvenzioni statali alla prosa, il 20% alla musica e il 4% alla danza che almeno compare mentre da noi è ignorata. Il ministro della Cultura di Charles de Gaulle, lo scrittore André Malraux, disse che la lingua francese perfetta veniva portata dalla prosa e dunque era indispensabile sostenerla».

Il suo atto d’accusa è rivolto a tutti i politici? Al Governo?
«Questa situazione va avanti dai tempi della Prima Repubblica, ci tengo a specificare: nessuna polemica sull’oggi, con Giuli, Franceschini e chi li ha preceduti e nessuna guerra contro lirica o cinema. Da noi il Bel Canto è Patrimonio Culturale Immateriale dell’umanità sancito dal’Unesco, è giusto che faccia la parte del leone. Ma c’è modo e modo. Non parliamo poi del cinema».

Parliamone invece.
«Nessuno come noi rischia e capita che ci rimetta. Il produttore teatrale non è mai diventato ricco. Nessuno di noi ha mai comprato una squadra di calcio. Le sovvenzioni per il cinema coprono l’intero comparto vale a dire cinema d’autore e cinema commerciale. Trovo la spesa sproporzionata. Aggiungiamo che Rai Cinema mantiene il cinema italiano e poi lo rimanda in televisione. Quel poco di teatro che finisce in tv è ripreso tecnicamente malissimo, con i ritmi teatrali che non coincidono con quelli televisivi. A guardarlo annoia anche me».

Come andrebbe portata la prosa in tv?
«Va ripresa in studio, usando un linguaggio televisivo. Infatti a ottenere risultati migliori sono state le offerte di Massimo Ranieri e di Edoardo De Angelis, costruite tenendo conto del mezzo usato».

Al Presidente Mattarella che cosa ha voluto dire?
«Ho voluto rappresentare la condizione oramai insostenibile. Noi chiediamo di riequilibrare gli aiuti senza nulla togliere ad alcuno. Io mi vergogno della diaria che diamo ai giovani attori e tecnici con lo sproporzionato aumento dei costi di ristoranti e alberghi. Noi teatri pubblici non riusciamo ad arginare tutto».

Un problema comune?
«Sì, nonostante si sia sostenuti dai soci. Prendiamo il Teatro Stabile di Torino che è tra i migliori italiani. Anche loro hanno l’appoggio di Comune e Regione, in più hanno la fortuna di avere le fondazioni bancarie che a noi mancano e che intervengono. Ora che bisogna rivedere il contratto nazionale non possiamo allentare i vincoli di spesa. Il Teatro di Roma ha raddoppiato i dipendenti fissi che sono pagati poco, gli attori più famosi prendono paghe contenute e se diventano “ricchi” lo sono grazie al cinema. Mettiamo a rischio la sussistenza stessa del Teatro italiano. Vorrei che il mio appello fosse ascoltato per porre un argine nel Fus, ci aspettiamo una quota di finanziamento in più che riequilibri la situazione. Non chiedo di togliere ad altri ma di aggiungere a noi».

Perché lo stato di salute del Teatro come è?
«Ottimo, aumentano gli spettatori, c’è un’esplosione di passione post Covid che somiglia a quella che si vive per i viaggi; stare fisicamente con gli altri, scoprire assieme, ascoltare e vedere un racconto e condividerlo. A noi l’Ai non fa paura, può sostituire influencer, attori di cinema, in teatro non può accadere. Da noi al centro resta l’uomo».

Il teatro ha sempre riconosciuto il tema del tempo e spesso lo ha anticipato. Dove va il teatro oggi?
«Le rispondo con un esempio. Gli spettacoli candidati al Premio Le Maschere del Teatro Italiano, promosso e organizzato dal Teatro di Roma, attribuito stasera al Teatro Argentina di Roma (su Rai 1, condotto da Serena Autieri e Antonio Bannò) sono Sabato, domenica e lunedì, Antigone e Le false confidenze. Vi si leggono i rapporti con la grande storia, i rapporti familiari sfilacciati e dunque la tendenza a fare meno figli, il rapporto con la guerra che in Antigone è quasi contemporaneo. Nulla come il Teatro può mantenere il senso del vissuto e raccontarci il nostro passato e la nostra storia».

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