Sandro Mazzola è morto a 83 anni. Figlio di Valentino, capitano del Grande Torino scomparso nella tragedia di Superga il 4 maggio del 1949, portò per tutta la vita un cognome che apparteneva già alla storia del calcio. Aveva sei anni quando perse il padre. La propria storia la scrisse con un’altra maglia: quella dell’Inter, l’unica indossata in 17 stagioni da professionista. L’Inter lo ricorda come una «bandiera eterna». Il capitano del Grande Torino lasciava a lui e al fratello Ferruccio un cognome già entrato nella storia del calcio. Ma Sandro conobbe il padre soprattutto attraverso i racconti degli altri: le sue partite, il suo carisma, il dolore di chi lo aveva amato. Crescere significò anche convivere con quel paragone, inevitabile ogni volta che scendeva in campo. Scelse, appunto, l’Inter, costruendosi una carriera lontano dalla maglia granata senza allontanarsi dalla memoria di Valentino. Una sera, dopo la doppietta al Real Madrid nella finale di Coppa dei Campioni del 1964, arrivò il riconoscimento più personale. Ferenc Puskás gli disse che era degno di suo padre e gli regalò la propria maglia. Sandro aveva vinto il primo trofeo europeo dell’Inter; in quelle parole trovò anche un legame con la storia da cui era partito.
Il suo esordio sembra una scena inventata. Il 10 giugno 1961 Angelo Moratti schierò la Primavera contro la Juventus per protesta. L’Inter perse 9-1; l’unico gol nerazzurro lo segnò il diciottenne Mazzola. Da quel pomeriggio nacque uno dei protagonisti della Grande Inter di Helenio Herrera: rapido, tecnico, capace di giocare tra centrocampo e attacco e di arrivare in porta con la stessa naturalezza con cui costruiva il gioco. Inter, il ricordo della carriera.
Nel 1964, alla vigilia della finale di Coppa dei Campioni, rimase ad ammirare i campioni del Real Madrid fuori dagli spogliatoi. Luis Suárez dovette spingerlo verso il campo. A Vienna segnò due gol: l’Inter vinse 3-1 e conquistò la sua prima Coppa dei Campioni. L’anno dopo arrivò la seconda, contro il Benfica. In nerazzurro Mazzola vinse anche quattro scudetti e due Coppe Intercontinentali. Fu capocannoniere della Serie A nel 1965 e della Coppa dei Campioni nel 1964; nel 1971 arrivò secondo nel Pallone d’Oro, dietro Johan Cruyff.
Lasciò altri fotogrammi indelebili: il gol nel derby dopo appena 13 secondi, quello alla Lazio nel 1966 che consegnò all’Inter lo scudetto della prima stella. Chiuse nel 1977 con 565 partite ufficiali e 158 reti in nerazzurro. Con l’Italia vinse l’Europeo del 1968 e raggiunse la finale del Mondiale 1970. In Messico la «staffetta» con Gianni Rivera diventò uno dei grandi dibattiti del calcio italiano.
Dopo il ritiro tornò all’Inter da dirigente e contribuì all’arrivo di Ronaldo nel 1997. Il legame con il club non si interruppe mai. Da bambino aveva visto il calcio portargli via il padre; da adulto, con il suo gioco e il suo inconfondibile baffo, diventò per generazioni di tifosi un volto dell’Inter.
Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it








