L’emozione di Mazzola che in me vide papà Valentino

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Quando arrivai in Italia, nel 1958, non ero Altafini ma Mazzola. A volte Mazola, con una sola zeta. In Brasile mi conoscevano così, ignoravano il mio vero cognome, d’altronde anche sui tabellini del mondiale di Svezia figurava l’apelido che mi aveva dato un allenatore delle giovanili del Palmeiras: in sede era appesa una foto del Grande Torino e lui notò la somiglianza con capitan Valentino, il simbolo di quella squadra invincibile caduto, con i compagni, a Superga. Nei miei primi mesi al Milan, continuarono a chiamarmi così, poi pian piano mi imposi con il mio vero cognome: persi popolarità, ma ho avuto la fortuna di riannodare il filo in tempi brevi, comunque in Brasile, dopo una vita, molti mi conoscono ancora come Mazzola.

Fu per questo motivo che un giornalista de La Notte portò i fratelli Mazzola, Sandrino e Ferruccio, a conoscermi: è stato il mio primo incontro con la futura bandiera dell’Inter e ho tutto scolpito in mente come fosse ora, le chiacchiere scambiate e la foto che ci fu scattata insieme. Ma il ricordo più bello e commovente di quel giorno è legato a una confessione che Sandro mi ha fatto anni dopo: mi raccontò che gli tremavano le gambe perché davvero somigliavo a suo papà, nel mio volto ha rivisto davvero la leggenda del Toro che per lui era solo un genitore tenero, anche se la gente lo acclamava e già per quello, ai suoi occhi di bambino, appariva speciale.

Sandro aveva cinque anni meno di me, era un ragazzino quando venne a conoscermi con Ferruccio, anche se già, sotto la guida di Meazza, lasciava intravvedere la stoffa del campione. Presto s’affacciò in prima squadra e non tardò a lasciare un segno, così ci ritrovammo in vesti diverse, avversari in derby di fuoco o comunque in partitissime quando io ho cambiato città e squadra. Io, perché lui è rimasto fedele. Non ha indossato altre maglie se non quella dell’Inter e della Nazionale. Ricordo molte di quelle sfide, non ho aneddoti particolari, ma tanti flash: vedo San Siro, ancora senza il terzo anello, traboccante di gente e di passione, campi ghiacciati che non esistono più, tackle ruvidi pure quelli spariti, gol e dribbling, lotte feroci in campo e strette di mano alla fine.

Sandro, sotto il sole come nel fango, emergeva per tecnica. Accarezzava il pallone, scovava il corridoio, ricamava il dribbling, inventava il gol per sè o per i compagni, ma tornava pure a dare una mano in difesa, all’epoca non era usuale all’epoca, e così mi capitava d’incrociarlo. Aveva tocco morbido e muscoli scattanti, e si muoveva in attacco dentro una rete di campioni come lui: Jair, Suarez, Corso, Milani… Non eravamo da meno, noi del Milan, anche il nostro reparto offensivo aveva tanta qualità: con me c’erano Barison e Rivera, che poi di Mazzola divenne rivale anche in azzurro. Gente che parlava lo stesso linguaggio, che poteva perdere o vincere la stracittadina ma sapeva coinvolgere e divertire i tifosi.

Siamo rimasti in contatto anche dopo aver chiuso le carriere agonistiche, nei limiti delle distanze e degli impegni, e solo qualche anno fa abbiamo girato insieme uno spot e rievocato un po’ i vecchi tempi. Senza troppi rimpianti, lui come me sapeva accettare l’evolversi dello sport e della società, ma con qualche immancabile concessione alla nostalgia, in fondo quel calcio smarrito racchiudeva anche la nostra gioventù. Avevo saputo, negli ultimi tempi, che non stava bene, e mi tenevo i contatto con il figlio, però la notizia che mi ha svegliato ieri è stata una sorpresa. Cattiva. Mai immaginavo che potesse lasciarci. È un altro pezzo della mia vita che se ne va, sembra una frase fatta ma è proprio così: vedi spegnersi sorrisi che hai avuto accanto, compagni di squadra o avversari leali. Ne ho visti andar via tanti, voglio ricordarne due: Cesare Maldini che era il mio capitano e compagno di stanza in ritiro, e Giacinto Facchetti, altra bandiera della Grande Inter. Io non amo partecipare a nessun evento, felice o malinconico, non vado a matrimoni o battesimi e nemmeno a funerali, però a Maldini e Facchetti, lo dico per far capire il legame profondo, l’ultimo saluto ho voluto darlo.

Oggi si aggiunge un vuoto, sento una nuova sensazione di tristezza, un altro addio mi spinge a riflettere sul tempo che passa e rovistare nei ricordi. Vedo foto degli anni Sessanta, con Sandro in azione vestito di nerazzurro o d’azzurro, e vedo foto più recenti, il baffo ormai bianco. Nella mia mente, però, dedicandogli questo pensiero, non rincorre un pallone in campo né siede dietro una scrivania da dirigente o gira uno spot pubblicitario: è davanti a me, adolescente, con il fratellino, curioso di conoscere un calciatore venuto dal Brasile che porta il il suo cognome perché somiglia al papà. E nasconde la commozione, confessata soltanto anni dopo.

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