La Russa: “Mai con Vannacci. E sul fine vita va fatta una legge”

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INVIATO A PORTOFINO. A Portofino, il presidente del Senato Ignazio La Russa è di casa. Nel tragitto tra la piazzetta e il molo dov’è installato il palco, viene fermato e scambia qualche battuta con capannelli di turisti o di habitué del porticciolo, che raggiunge per sedersi per questa intervista, ospite di Portofino Talk, insieme al giornalista Paolo Liguori. Sul tavolo, i temi di stretta attualità politica, interna e internazionale.

Presidente, sulla legge elettorale ha detto: «Ci saranno le preferenze, sarà una legge tranquilla». Le preferenze alla fine sono uscite dal Senato azzoppate. Ora si va alla Camera. Qual è la sintesi?
«La sintesi è molto semplice. Tutti i sondaggi, già un anno fa, davano come probabile, nel caso dell’auspicata unione a sinistra del cosiddetto campo largo, mettendo dunque insieme capre e cavoli, un risultato di pareggio. Ma la politica non è il calcio. Pareggio significa tradire il voto degli elettori. Per evitare questo, si è pensato a una legge che, attraverso un premio di governabilità e non di maggioranza, consentisse di governare a chi ottiene, a livello nazionale, anche un solo voto in più».

Lo sbarramento al 42 per cento non piace a tutti, soprattutto all’opposizione.
«Sa cosa veramente non capisco? La contraddizione di chi, a sinistra, dice: “Questa è una legge fatta per far vincere Meloni” e, nello stesso giorno, sostiene: “Siamo sicuri di avere la maggioranza e vinceremo”. Se siete sicuri di avere la maggioranza e di vincere, perché non vi piace una legge che fa vincere chi prende un voto in più? La verità è che si sono innamorati del pareggio perché ha consentito loro di governare per tanti anni senza vincere le elezioni».

Sulle preferenze però non è andata come lei avrebbe voluto.
«Le preferenze non le ha mai volute nessuno. Cinque anni fa fui l’unico a chiederle per Fratelli d’Italia e me le bocciarono tutti. Compresi Forza Italia e la Lega. L’unico modo per reintrodurle era trovare una mediazione: il capolista bloccato, tutti gli altri eletti attraverso le preferenze. Vedrete: alla fine il numero delle persone elette con le preferenze sarà intorno al 60 per cento, se i partiti decideranno di utilizzare le candidature multiple».

C’è qualche speranza che alla Camera vengano reintrodotte le preferenze totali?
«No. Ormai o passa questa legge oppure ci teniamo quella brutta che abbiamo».

Va bene la legge elettorale, ma nei due campi ci sono divisioni profonde. La governabilità comunque rischia comunque di venire meno.
«Stiamo ai fatti. Questo governo ha battuto il record di longevità. Non si è mai diviso in nessuna votazione e ha sempre trovato una sintesi tra i partiti che compongono la maggioranza. Auguro alla sinistra, così non infierisco, di riuscire a trovarla in futuro. In passato non l’ha mai avuta e, nel presente, non ha ancora scelto nemmeno il nome del capo della coalizione».

Lei dice: «in futuro». Pensate ancora a elezioni anticipate?
«Giorgia Meloni è stata chiara: ha detto che ci sono molte cose da fare e che, quindi, si voterà alla fine della legislatura, alla sua scadenza naturale. Poi, nella vita delle democrazie, elezioni leggermente anticipate ci sono sempre state».

Quale evento potrebbe determinarle?
«L’unico elemento che può giustificare un’anticipazione – o, addirittura, un prolungamento – è l’interesse nazionale».

Non quello di una parte politica?
«Soltanto l’interesse nazionale».

Futuro Nazionale, il partito di Vannacci. Può rafforzare il centrodestra, indebolirlo, rimanerne fuori?
«Per il momento è un rafforzamento del centrosinistra. E credo che tale rimarrebbe, perché la situazione è evidente. Non lo abbiamo cacciato. Vannacci era vicepresidente di un partito del centrodestra. Ha deciso di fondarne uno suo: legittimo. Ha deciso di votare contro il governo: legittimo. Ha deciso di raccogliere i transfughi del centrodestra, quelli che pensavano che non li avremmo ricandidati: legittimo. Ma è altrettanto legittimo dire che cosa c’entri tutto questo con noi. Uno può qualificarsi come vuole, ma non esiste un’unica destra».

Lei ha detto che quella di Vannacci non è la “vera destra”.
«Ho detto che la sua è una posizione legittima, ma che non ha niente a che spartire con noi. Penso alla sua posizione sul femminicidio, che rigetto in toto. È stata criticata la legge che punisce duramente chi uccide, tra virgolette, “per amore”. Ma quale amore? È odio: un ex amore che diventa odio. Di fronte a un’emergenza come quella dei femminicidi, il provvedimento non vale soltanto per la sanzione che introduce. Vale anche per il messaggio che manda».

Dica un’altra differenza.
«Il patriarcato. Forse la più grande novità che Meloni ha introdotto nella destra e nella politica italiana è proprio questa: una donna può raggiungere un livello che prima nessuna aveva raggiunto e può farlo senza aver bisogno di un uomo che le spiani la strada».

Anche L’Ucraina, diceva, è dirimente.
«La premier lo ha detto: “Non mi alleerò mai con chi non ritiene giusto aiutare l’Ucraina a resistere all’invasione russa”. Un’invasione che, come viene minacciato ancora oggi, potrebbe estendersi all’Europa».

Quindi: mai alleanza con Vannacci.
«A questa domanda ha già risposto Giorgia Meloni e io sono assolutamente d’accordo con lei, non per principio, ma perché condivido le sue idee».

Chi preferirebbe come avversario del centrodestra? Conte? Schlein? Un “papa straniero”?
«Io scelgo Salis. Ma non la sindaca di Genova, l’altra, Ilaria».

Non credo che sia candidata.
«La candido io».

Se vincete, puntate al Quirinale? Magari con una donna…
«Se per donna intende Giorgia, non è nelle cose».

È ancora un tabù?
«Questo non l’abbiamo mai detto. Ma, allo stato attuale, il dopo Mattarella non è visto da Giorgia come un obiettivo, per nessun motivo».

E per lei?
«No, questo proprio non lo potrei fare. Non me lo farebbero fare e, aggiungo, non mi piacerebbe farlo perché cambierebbe completamente la mia vita e quella dei miei familiari».

Lei tiene molto al fine vita. Ha sostenuto la necessità di una legge nazionale che metta ordine rispetto alle iniziative sparse delle Regioni. A che punto siamo?
«Quando ho qualcosa da dire che non danneggia il centrodestra, anche se può non coincidere al cento per cento con la sua posizione, la dico. L’ho già fatto in passato, ad esempio, sul problema delle carceri».

E sul fine vita?
«Una legge va fatta. L’ho già detto e lo ripeto. Devono maturare le condizioni politiche perché questo avvenga nel più breve tempo possibile».

Quando?
«La mia può essere soltanto una perorazione di principio. Temo però una cosa: che se fra cent’anni la sinistra tornasse al governo, qualcuno possa sostenere che anche chi ha mal di testa, se lo decide, abbia diritto a suicidarsi. Uso volutamente un paradosso. Potrebbero dirlo, non dico che lo faranno. Proprio per questo penso che occorra delimitare al più presto i casi eccezionali nei quali la vita possa essere sacrificata, quando esistono condizioni tali da non poterla più considerare vita nel senso pieno del termine. Io lo farei. Non chiedetemi, però, quando e come».

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