Loro già lo vedono di nuovo a Palazzo Chigi. Lui non fa nulla per distoglierli dal loro sogno. La standing ovation per Giuseppe Conte è seconda solo a quella per Alessandro Di Battista, che il presidente 5 stelle cita dal palco, invitando l’ex deputato, convalescente dopo l’operazione al cervello, a «tornare con noi, perché tante battaglie ci uniscono». Ma ora l’anima del Movimento è lui e questo è il suo trampolino per provare a tornare premier. «Forza presidente», gli urlano, mentre lui si mette in posa con aria ironica davanti alla vetrina della gioielleria “Conte Diamonds”, in un angolo del World Join Center di Milano. Per loro è la punta di diamante: «Al sud stiamo già preparando i comitati per sostenerlo alle primarie», racconta un attivista arrivato da Caserta. Basta ascoltare le chiacchierate qua e là per avere conferma di quanto sia fondamentale per la base M5s avere il proprio leader come candidato premier.
Intanto, Conte visita lo stand che ripercorre i vari passaggi di Nova, il percorso di consultazione di iscritti e non iscritti per definire le proposte per il programma di governo. Partito la scorsa primavera, si conclude oggi: alle 14 terminerà la votazione online e si capirà quali temi saranno risultati prioritari per la base del Movimento, tra le venti proposte formulate. Compresa quella che comprende questo inciso: «Continuare a inviare armi in Ucraina allontana la pace». In ogni caso, assicura Conte, «il vostro mandato mi responsabilizza, cercherò di assolverlo con la massima fermezza e chiarezza». Nessun cedimento al tavolo del programma con gli alleati: «Non pensate che sia disposto a diluirlo perché tutto diventi un galleggiare e vivacchiare della politica». Tra il migliaio di sostenitori in platea scatta l’ovazione, era quello che volevano sentirsi dire, insieme ai concetti ribaditi sulla necessità che «l’Italia sia protagonista di una svolta sull’Ucraina, perché «serve qualcuno che abbia il coraggio di spingere verso il negoziato».

Cioè lui e il Movimento, prima nel confronto con gli altri partiti del centrosinistra e poi, almeno questo è l’auspicio, al governo. «Ma noi mica vogliamo rompere, per cambiare le cose dobbiamo tornare a governare – precisa a La Stampa Paola Taverna – quindi, l’approccio sarà costruttivo, però portiamo le nostre proposte per rendere più credibile l’alternativa». La vicepresidente vicaria è tra le più attive nel tessere la tela dell’alleanza con il Pd, a livello locale e nazionale, ma «dobbiamo fare un passo alla volta, perché i tempi del “Pdmenoelle” sono passati, ma non dimenticati da molti dei nostri». Poi c’è Beppe Grillo che attacca Conte e vuole riprendersi il simbolo e ci sono i riformisti del Pd che invitano i 5 stelle a farsi una ragione della prosecuzione dell’invio delle armi a Kiev. Per questo non si deve dare l’impressione di prepararsi a un compromesso: «State certi che terremo il punto. Io penso che chi debba cambiare idea è qualcun altro – avverte Chiara Appendino –. Il no alle armi è netto e continuerà a esserlo». Stessa intransigenza da Virginia Raggi, che ripete a tutti che «il tema della pace non è negoziabile». Le ex sindache non sono mai state grandi fan dell’alleanza con i dem, mentre a credere nel format sono i governatori M5s. «Lavoriamo con trasparenza e puntiamo sulla sanità pubblica come asse strategico», suggerisce il presidente della Campania Roberto Fico. «Iniziamo a scrivere ciò che ci unisce ed è molto», propone la collega sarda Alessandra Todde.
Si discute della postura da tenere dentro la coalizione, mentre sul palco si alternano ospiti italiani e internazionali, dal geologo Mario Tozzi a Francesca Albanese, relatrice dell’Onu sui territori palestinesi occupati, che definisce «un’infamia» la legge contro l’antisemitismo in discussione in Parlamento (su cui il Pd non ha una posizione definita). Poi i contributi degli economisti americani James Kenneth Galbraith e Jeffrey Sachs, entrambi critici sulla corsa al riarmo. «Quella sarà una questione centrale, ma credo che con gli alleati troveremo la formula giusta per mettere tutti d’accordo – dice la senatrice Barbara Floridia –. Intanto noi abbiamo messo nero su bianco le nostre priorità, anticipando tutti gli altri». Si prova a dettare l’agenda, insomma, ma l’obiettivo è fare la coalizione per andare al governo, perché «se resti fuori, non conti niente», chiosa l’ex presidente della commissione di Vigilanza Rai. Il cambio culturale rispetto al Movimento delle origini è evidente, anche nella scenografia di questa kermesse milanese, quasi in stile Leopolda renziana (questa mattina c’è anche il “forum giovani”), sperando che Conte non si offenda troppo per il paragone. A fargli più male, senza dubbio, è stato il pareggio dell’Inter a pochi minuti dalla fine contro la sua Roma, che non ha resistito a seguire su un tablet nel retropalco con alcuni collaboratori. A proposito di priorità.
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