Per i conti resta ferma la via del rigore

0
2

«Il 22 settembre l’Istat pubblicherà il dato aggiornato sul deficit italiano nel 2025. L’ultima stima, quella diffusa a marzo, lo collocava al 3,1 per cento del Pil. Vedremo se avremo o no un millesimale in più del benedetto 3 per cento» ha spiegato il Ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti al Forum The European House Ambrosetti di Cernobbio. Scendere sotto questa soglia consentirebbe al Paese di uscire dalla procedura d’infrazione europea con un anno di anticipo. L’obiettivo è importante per il governo: rappresenterebbe la certificazione della tenuta dei conti pubblici. «Siamo talmente stabili, cauti e rigorosi che smettiamo di essere osservati speciali già nel 2025 invece che nel 2026». Questo in estrema sintesi sarebbe il racconto. E, indubbiamente, funzionerebbe sul piano della comunicazione politica.

Ma quanto conta, invece, su quello economico? Per rispondere a questa domanda bisogna – innanzitutto – capire che cosa significa essere sottoposti alla sorveglianza comunitaria. Il nostro Paese, peraltro, non è il solo: c’è la Francia e altri otto Stati più piccoli (Austria, Belgio, Bulgaria, Finlandia, Ungheria, Polonia, Romania e Slovacchia). Come è noto, le regole da rispettare sono contenute nel Patto di Stabilità e Crescita; rivisto diverse volte. L’ultima nel 2024 e per l’Italia è stato il governo Meloni a negoziarle.

Le nuove norme hanno introdotto un indicatore aggiuntivo: la spesa pubblica al netto degli interessi sul debito, delle misure discrezionali sulle entrate, delle spese finanziate da fondi europei e della componente ciclica dei sussidi di disoccupazione. In sostanza, il nuovo parametro serve a valutare la dinamica delle uscite pubbliche effettivamente sotto il controllo del governo in carica.

La traiettoria di crescita di questo aggregato viene concordata da ogni Paese con Bruxelles, in linea con un percorso di riduzione del debito e con il ritorno del deficit sotto il 3 per cento del Pil. Per l’Italia è stata fissato un incremento massimo dell’1,6 per cento quest’anno, necessario per uscire dalla procedura. Le traiettorie, lo si è detto, variano in funzione delle condizioni delle singole economie. In Francia, ad esempio, la spesa netta non può crescere più dell’1,2 per cento nel triennio 2026-2028 e dell’1,1 per cento nel 2029, anno entro il quale Parigi dovrebbe rientrare sotto il 3 per cento.

Tornando a noi, finora l’Italia ha rispettato la tabella di marcia. La correzione del disavanzo è stata molto significativa: dal 7,1 del 2023 al 3,1 del 2025. Un risultato dovuto essenzialmente al crollo delle spese legate al Bonus edilizio, scese da 119 miliardi nel 2023 a 37 nel 2025. Nello stesso periodo – invece – la spesa corrente è salita da 953 miliardi a 1021. Anche il debito ha continuato a crescere, passando dal 133,9 per cento del Pil al 137,1 per cento. Nonostante ciò, il governo spera di poter uscire dalla procedura già sulla base dei dati del 2025. C’è da chiedersi quale sia il motivo di tanta fretta. Perché, chiariamolo subito: uscire non significa avere “più margini”, come si sente spesso dire dalle parti della maggioranza. Al contrario. Se l’Istat certificherà che il nostro deficit è stato inferiore al 3 per cento del Pil nel 2025, occorrerà dimostrare di essere rimasti sotto quella soglia anche nel 2026 e, poi, nel 2027. Per quest’ultimo anno, molto dipenderà dalla Legge di Bilancio. E, poi, in base al Patto rivisto, occorrerà rispettare il nuovo criterio che prevede una riduzione del debito di un punto percentuale l’anno. Noi, invece, siamo andati nella direzione opposta: dal 133,9 per cento nel 2023 al 137,1 nel 2025. A fronte di questi dati, appare chiaro il senso del monito lanciato da Giorgetti a Cernobbio: «La prossima legge di Bilancio dovrà tenere insieme le ragioni della politica con la necessità di non disperdere la credibilità conquistata» .

Un segnale di questa rinnovata credibilità è rappresentato dallo spread – ossia la differenza tra il rendimento dei titoli italiani e quello dei titoli tedeschi – sceso a 84 punti base dai 200 di fine 2022. Non ci discostiamo troppo da quello francese, pari a 86, ma ci collochiamo ancora sopra la Grecia, a 68 punti, alla Spagna, a 43 e al Portogallo, a 34. È bene ricordare, inoltre, che una buona parte di questa dinamica è legata alle difficoltà economiche della Germania che hanno contribuito a spingere verso l’alto il rendimento del suo debito pubblico. Di conseguenza, quello del Btp decennale, pur con uno spread molto più basso rispetto al passato, resta elevato, al 4,2 per cento. Si tratta di un valore in linea con quello dell’Oat francese, ma ben al di sopra del Bund tedesco, al 3,3 per cento. Per confronto, il rendimento dei titoli decennali greci è al 4 per cento, quello degli spagnoli al 3,8 e quello dei portoghesi al 3,7 per cento.

A conti fatti, sia che si esca in anticipo dalla procedura, sia che si rispetti la data concordata con l’Europa, i margini per una Legge di Bilancio espansiva non ci sono. La rotta è tracciata. Ed è quella del rigore dei conti. Niente finanza creativa su temi come le pensioni, per intenderci. La Lega è avvisata.

Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it