Perù, uccisa Susy Aponte Polo: la giornalista che denunciava la corruzione

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Gestiva un sito di informazione in prima linea nella denuncia della corruzione all’interno della polizia. Aveva 44 anni ed è stata uccisa in Perù: Susy Aponte Polo era una giornalista senza paura e qualche giorno prima aveva segnalato sui social di aver ricevuto minacce di morte. Conosciuta come “La China Polo”, sabato camminava nel mercato di Caraz, una città della regione andina di Áncash, a nord di Lima – dove era candidata alla guida del governo regionale per il movimento Socios por Áncash – quando un uomo armato le ha sparato alla testa, ferendo altre cinque persone. Il delitto è avvenuto poco dopo mezzogiorno davanti a simpatizzanti ed esponenti della sua formazione politica.
Alcune ore più tardi la polizia ha arrestato, come presunto responsabile dell’attacco, un cittadino venezuelano trovato in possesso di una pistola Glock. L’arma risultava rubata a un agente nel novembre 2023, ma resta da stabilire se sia stata impiegata nell’omicidio; il movente è ancora oggetto d’indagine.
Il 15 settembre scorso aveva partecipato al dibattito organizzato dal Jurado Nacional de Elecciones tra gli aspiranti governatori della regione. Solo quattro giorni dopo è stata assassinata mentre faceva campagna elettorale.
La giornalista aveva conquistato notorietà sui social attraverso China Polo Dominical, il sito con il quale pubblicava inchieste e denunce su presunti episodi di corruzione nei comuni e in altre istituzioni pubbliche.
Nove giorni prima dell’omicidio, aveva raccontato di aver ricevuto alcune telefonate provenienti da tre istituti penitenziari durante le quali le sarebbe stato segnalato un piano per ucciderla. Aponte Polo aveva attribuito la minaccia al capo della Direzione investigativa criminale della polizia (Dirincri), Víctor Revoredo Farfán, sostenendo di avere già denunciato tutto alle autorità: «Da tre carceri ho ricevuto chiamate in cui mi avvertivano che questo signor Víctor Revoredo Farfán aveva ordinato un attentato contro di me». La donna aveva poi rivolto accuse molto gravi ad alcuni alti ufficiali della polizia, sostenendo che fossero coinvolti in sequestri, narcotraffico ed estorsioni. «Non ho paura, signor Revoredo», aveva ammonito la giornalista con il suo stile vulcanico in un video con quattrocento condivisioni e altrettanti commenti di supporto.
Il 20 settembre la Gazzetta ufficiale del Perù El Peruano ha pubblicato una risoluzione, datata il giorno precedente, con la quale Víctor Revoredo Farfán è stato riassegnato dalla guida della Dirincri alla Direzione degli Affari internazionali. Il provvedimento, motivato con «necessità del servizio», riguarda ventitré generali. Per ora, non risultano elementi che colleghino la decisione all’omicidio. Il Consiglio della stampa peruviana ha chiesto l’apertura di un’indagine approfondita, ricordando che gli assassinii di altri giornalisti non sono stati ancora chiariti.
Il Perù non è un Paese per giornalisti: nel 2025 ne sono stati uccisi quattro, il numero più alto registrato dall’inizio del secolo. Nello stesso anno, l’Associazione nazionale di categoria del Perù ha censito 458 attacchi contro cronisti e mezzi d’informazione.


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