Alla terza domanda di fila sulle primarie del campo largo, Elly Schlein prova a glissare con una battuta: «Tanto è appassionante questo dibattito che ho visto gente andare via…». Non è vero, la corregge l’intervistatore Enrico Mentana dal palco del Festival di Open a Parma, «anzi, c’è un silenzio di tomba». La leader dem vorrebbe parlare di altro, di energia lavoro sanità, vorrebbe rispondere alla premier Giorgia Meloni che l’ha invitata a «dire una cosa vera contro di noi», e lo fa dicendo «quanto è falsa la vostra propaganda». Ma il piatto forte di questa ora d’intervista restano gli argomenti di cui meno la segretaria avrebbe voglia di parlare: il rapporto con gli alleati, il tema Ucraina, la scelta del leader della coalizione. Risposte tanto più attese nella giornata in cui, a poco più di 100 chilometri da lì, Giuseppe Conte ha chiuso l’iniziativa Nova, con una serie di votazioni su punti di programma tra cui il più lontano dal Pd: il 91,7 per cento della base Cinque stelle è contrario a continuare a inviare armi a Kiev.
«Nelle proposte emerse da Nova ce ne sono moltissime condivisibili se non sovrapponibili alle nostre», finge di non aver notato il punto 17 Schlein. Sono 4850 «le cose che abbiamo in comune», cita una canzone di Daniele Silvestri: peccato che la 4851sima sia esattamente l’atteggiamento da tenere con l’Ucraina, che non è proprio un dettaglio. Eppure, anche in questa giornata che certifica tutta la distanza tra alleati, insiste che «troveremo un accordo e un compromesso sulle nostre differenze». In parte una professione di fede, in parte un indizio colto dal quesito che Conte ha sottoposto alla sua base. Avrebbe potuto scrivere: vuoi tu continuare a inviare armi all’Ucraina? Sarebbe stata una domanda talmente netta, ha ragionato la segretaria con i piani alti del Nazareno, che quel plebiscito di no sarebbe stato una condanna a morte dell’alleanza. Invece, ha scelto la formula più soft del «continuare a inviare armi significa allontanare la pace», che secondo la leader dem lascia spazio a un punto di contatto lessicale, quando ci si siederà al tavolo del programma comune.

Basterà però trovare una formula accettabile da tutti da scrivere nero su bianco, se poi Conte continuerà a picchiare sul punto a ogni uscita tv, ogni intervista, ogni intervento, distinguendosi dal Pd «bellicista», come arrivò a definirlo un paio d’anni fa? Schlein sa di avere davanti un passaggio stretto. Da una parte l’alleato, che continuerà a marcare la distanza dai dem sul tema, dall’altra l’unità del suo partito, con l’area dei riformisti capitanata dall’ex ministro Lorenzo Guerini pronta a notare ogni difformità dalla linea pro Ucraina. Sabato si riunirà a Prato: un incontro per dare prova di esistenza in vita da cui potrebbe anche emergere la ventilata disponibilità di Giorgio Gori a correre alle primarie per quella corrente.
Ammesso che ci saranno – lei non scarta ancora la linea «diffusa in Europa» della leadership al partito con più voti: solo che Conte lo ritiene una «pretesa egemonica del Pd» – e ammesso che siano possibili candidature in libertà: potranno correre solo i leader di partito o anche altri, che ne so, Cucciolo e Mammolo? la domanda di Mentana. «Se mi faccio battere da Cucciolo, faccio bene a cambiare mestiere», la risposta ironica di Schlein. Poi, seriamente: è presto per parlare di regole. Prima il programma, è il mantra. Sapendo che ogni giorno avrà la sua pena.
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