Testimoni di Geova, cade il tabù sangue. Laura: “Ho visto morire i miei genitori che rifiutavano le trasfusioni”

0
2

La bara bianca del bimbo morto sta al centro della Sala del Regno. I confratelli si congratulano con i parenti perché hanno resistito alla tentazione diabolica di una trasfusione che avrebbe potuto salvare il piccolo. Non una lacrima in tutto il funerale, ma orgoglio per l’integrità dimostrata. Una ragazza bionda di 19 anni assiste. Si scandalizza, decide che questo è troppo ed esce dal culto. Però, ne paga le conseguenze. Finisce per strada, subisce reprimende, emarginazione, denunce. Rompe i rapporti con i genitori e li ritrova solo molti anni dopo in un letto d’ospedale. È diventata donna, ha un lavoro, una casa, dei figli. Prova a convincere prima suo padre e poi sua madre a rinnegare i precetti e accettare il sangue di un altro. Loro, invece, scelgono di morire per una regola che 72 ore fa è stata abolita all’improvviso.

Laura, lei ha perso i suoi cari per il divieto di ricevere trasfusioni a lungo imposto dai Testimoni di Geova?

«Ho perso mio padre, mia madre e ho tagliato i rapporti con mia sorella. Erano la mia famiglia, ma non me la sento di dire che fossero le mie persone più care».

Perché?

«Sono stata testimone di Geova dai 4 ai 19 anni. Quando lasciai la congregazione, i miei non la presero affatto bene. Mi hanno avversato a lungo, anche in modo subdolo e, di fatto, non abbiamo mai più risanato la relazione».

Che cosa la spinse a uscirne?

«Volevo fare cose normali. festeggiare il compleanno, il Natale. Magari, anche andare in discoteca, ma tutto questo era proibito. Ci fu un momento preciso però in cui decisi che era finita. Un mio collega scoprì che suo figlio era malato. I medici gli dissero che per curarlo era necessaria una trasfusione, ma lui rifiutò. Me li ricordo come fosse adesso i confratelli che andavano da lui a dirgli di resistere, di non cedere alla tentazione del diavolo. Il bambino morì, aveva 18 mesi. Il giorno del funerale c’era questa bara piccolina, tutta bianca e nessuno che piangeva. C’era un’atmosfera di soddisfazione, non di tristezza. Quando vidi mio padre stringerli la mano e dirgli: “Bravo, sei stato coerente”, ne ebbi abbastanza».

Che cosa accadde dopo?

«Finii a dormire in stazione. Prima a Ravenna, poi a Bologna e a Ferrara. Dovevo cambiare posto perché, anche se non fai nulla di male, naturalmente la polizia ti allontana. Ma io ero appena maggiorenne, ero cresciuta in un mondo ermetico. Niente amicizie, nessun contatto. Non sapevo cosa fare. Piano piano, però, sono riuscita a rimettermi in sesto. Ho trovato un lavoro, ho comprato una macchina. Oggi ho tre figli e una casa mia. Certo, non è stato facile».

I suoi genitori o i Testimoni di Geova tentarono di farla tornare sui suoi passi?

«Certo. Mi sottoposero a una specie di processo. Vennero in cinque, tutti uomini, a dirmi che mi stavo avviando alla distruzione. Ma io ero ferma e non ho fatto un passo indietro. Mia madre, poi, ogni volta che ha avuto occasione di restare sola con i miei figli, li terrorizzava. Gli diceva: se la mamma non cambia, morirete tutti».

Quindi sua madre ha mantenuto una relazione coi suoi figli?

«Mi segnalò ai servizi sociali, dicendo che non ero in grado di occuparmi di loro, inventando di tutto su di me. Ci sono voluti anni per dimostrare che erano falsità e, in quel periodo, gli incontri erano regolamentati».

Se ruppe i rapporti con i suoi, come ha saputo dei loro problemi di salute?

«Facendo colazione al bar. Un loro vicino di casa mi disse che mio padre era ricoverato e stava male. Provai una pena enorme e decisi di andare, era pur sempre mio padre. Lo trovai incosciente, malato di cancro. Il primario diceva a mia madre e mia sorella che un intervento non lo avrebbe guarito, ma forse gli avrebbe dato qualche altro anno di vita. Loro strillavano e mostravano il suo tesserino dei testimoni di Geova in cui rifiutava le trasfusioni».

Come è andata a finire?

«Che il dottore fu costretto ad allargare le braccia e lui morì accanto a me quella notte stessa».

Anche sua madre morì in un contesto analogo?

«Cinque anni dopo, aveva 68 anni e una malattia del sangue. La trasfusione era l’unica cura, ma lei si è ostinata a rifiutarla».

Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it