Weinstein, 15 anni per violenza sessuale. Si chiude il caso simbolo del #MeToo

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Ieri un tribunale ha messo la parola fine alla intricata e lunga vicenda penale newyorkese di Harvey Weinstein. Il giudice Curtis Farber della Corte Suprema di Manhattan ha condannato l’ex capo della Miramax a 15 anni di prigione per violenza sessuale ai danni di Miriam Haley, ex assistente di produzione, un fatto che risale a luglio 2006 e che avvenne nell’appartamento di SoHo del produttore. Prima che la sentenza venisse letta, Haley ha letto una sua dichiarazione alla corte: ha detto che gli anni da quando ha sporto denuncia sono stati pieni di scherno da parte dei media, che le hanno lasciato addosso il dubbio permanente su ogni relazione umana, e che le è stato diagnosticato un disturbo da stress post-traumatico. «Sono stata ulteriormente traumatizzata mentre esercitavo il mio diritto a volere che Weinstein rispondesse dei suoi crimini» , ha detto, con la voce che si spezzava. Ha concluso con una frase che vale più di qualsiasi commento: «Per lui sono 15 anni, per me è una condanna a vita», mentre le altre vittime presenti in aula annuivano. L’ex produttore ha chiesto clemenza, ha detto di non essere una persona perfetta e ha dichiarato di provare rimorso per il dolore della donna. Poi, come sempre, ha ribadito la propria innocenza, così come aveva già fatto negli altri processi, nel 2020 e nel 2025.

Quello conclusosi con la condanna a 15 anni è infatti il terzo processo del filone newyorkese. Nel 2020 Weinstein era stato condannato per la prima volta e gli erano stati dati 23 anni. Quattro anni dopo la Corte d’Appello di New York aveva ribaltato quel verdetto, stabilendo che il modo in cui erano stati gestiti i testimoni nel processo originale era illegale. Al secondo processo, nel giugno 2025, una giuria di Manhattan lo aveva condannato di nuovo per l’aggressione a Haley, ma lo aveva assolto per le accuse relative all’ex modella Kaja Sokola ed era rimasta bloccata, incapace di emettere un verdetto sul caso di Jessica Mann, un’attrice che lo accusava di stupro. A quel punto la stessa Mann aveva rinunciato ad avere giustizia, tanto che il procuratore Alvin Bragg aveva deciso di abbandonare quell’accusa. Quindici anni, quindi, è ciò che rimane di questo complicato caso a New York: Weinstein, che di anni ne ha 74, ne ha già scontati più di sei, ma a meno di una scarcerazione per problemi di salute (cosa su cui i suoi legali stanno puntando molto), è destinato a rimanere in carcere fino a più di ottant’anni. Non solo, a giugno una corte d’appello della California ha confermato la condanna del 2022 per stupro e violenza sessuale verso una modella, fatto avvenuto nel 2013, e gli ha attribuito una condanna distinta a 16 anni che dovrà fare o dopo la fine di quella newyorkese o in contemporanea (spetta alla California decidere).

Quello che colpisce, guardando questa storia dall’inizio, dalle prime rivelazioni del New York Times e del New Yorker nell’ottobre 2017, è la distanza enorme tra la potenza simbolica del caso e la sua pasticciata conclusione. Il #MeToo è cominciato con Weinstein, ha cambiato Hollywood, ha cambiato le leggi, ha cambiato la cultura, o almeno ci ha provato. La giustizia, nel frattempo, è rimasta intrappolata in un labirinto giudiziario che sembra non voler finire mai, tra appelli, nuovi processi, giurie bloccate. Weinstein è invecchiato, si è ammalato, è diventato fragile dal leone che era. Le donne che lo accusano sono state costrette a ripetere e ripetere le loro accuse prima di ottenere giustizia: Miriam Haley ha dovuto raccontare la stessa storia in aula tre volte; Jessica Mann l’ha raccontata cinque e alla fine ha deciso di non farcela più. Anche Hollywood è cambiata: di quella che lui ha dominato per vent’anni, la Miramax era già in vendita prima dello scandalo, la Weinstein Company è fallita nel 2018. Oggi ci sono molte più donne registe e produttrici e forse il merito è anche involontariamente suo. Quindici anni sono per Weinstein l’epilogo. Per il #MeToo e per gli obiettivi ambiziosi e forse ingenui che si era dato, è solo un numero su un foglio di carta. La vera eredità di questo caso infinito non si misura però in anni di prigione, ma in quante donne, dopo il 2017, hanno deciso di non stare più zitte.

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