La prova di forza di Xi in Usa, accolto da Trump come Obama fece con Papa Francesco

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La stretta di mano sulla pista della Joint Base Andrews, gli inni, i 21 colpi di cannone. Appena atterrato negli Stati Uniti, Xi Jinping ha ottenuto un primo risultato. Ad attendere lui e la moglie Peng Liyuan c’erano Donald Trump e Melania. L’ultimo presidente americano ad accogliere un leader straniero in aeroporto era stato Barack Obama con Papa Francesco, nel 2015. Mai un inquilino della Casa Bianca aveva fatto lo stesso per un leader cinese. Visto dalla Cina, è il riconoscimento di un rapporto tra pari, obiettivo inseguito da tempo. Forse qualcosa di più, visto che a maggio Xi non aveva riservato a Trump lo stesso onore.

Poi sono passati gli aerei militari. Un video della cerimonia, diventato virale sui social, mostra Trump sobbalzare al fragore del sorvolo mentre Xi resta impassibile. «Volevano farci sentire la loro forza, invece ne usciamo più forti noi», scrive qualcuno sui social cinesi. Quei pochi secondi raccontano il clima con cui Pechino presenta la visita, trasformando anche un’esibizione della potenza americana in una prova di sangue freddo del proprio leader.

Nel messaggio scritto diffuso all’arrivo, Xi ha scelto un registro diverso. Cina e Stati Uniti «dovrebbero essere partner, non avversari». E ancora, con una strizzata d’occhio al più famoso slogan di Trump, Make America Great Again: «La grande rinascita della nazione cinese e il progetto di rendere di nuovo grande l’America possono procedere insieme». Xi propone una relazione con la cooperazione come pilastro, una competizione moderata e divergenze controllabili. È la formula diplomatica della «stabilità strategica costruttiva» concordata nel precedente vertice di maggio: tenere aperta la rivalità senza lasciarla precipitare in uno scontro. Il primo banco di prova è il commercio. Alla vigilia del vertice, il segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato che la tregua, destinata a scadere il 10 novembre, sarà estesa fino al 10 gennaio. Pechino avrebbe preferito blindarla molto più a lungo, possibilmente fino alla fine del mandato di Trump. Washington sceglie invece una proroga breve per verificare l’attuazione degli impegni cinesi. Le leve di pressione restano intatte.

Xi arriva con concessioni mirate e con le proprie carte migliori ancora in mano. La Cina ha accelerato gli acquisti di soia americana e rafforzato i controlli sui traffici legati al fentanyl, due dossier su cui Trump può rivendicare risultati. Ma le spedizioni di terre rare e magneti restano un punto di attrito: Pechino controlla filiere decisive per auto elettriche, elettronica e industria militare. Washington conserva il vantaggio nei chip avanzati. Ciascuna parte sa dove l’altra è vulnerabile; nessuna rinuncia alle proprie leve strategiche.

Da qui l’ipotesi che circola a Pechino: il grande accordo potrebbe essere rinviato a novembre, quando Trump è atteso in Cina per il vertice Apec di Shenzhen. Bessent ha già evocato un nuovo incontro tra le delegazioni nella città cinese. Sul tavolo restano la durata della tregua, possibili riduzioni dei dazi su beni non strategici e gli impegni di acquisto. Per ora, i risultati più concreti potrebbero fermarsi all’agroalimentare e forse agli aerei Boeing. Il mancato accordo sul nuovo organismo bilaterale per gli investimenti ha intanto ridimensionato le prospettive di una folta delegazione di manager cinesi: un segnale dei limiti della distensione.
Anche sull’intelligenza artificiale si può aprire un canale per segnalare incidenti e rischi, senza aspettarsi regole comuni dettagliate. A Pechino temono che vincoli condivisi possano diventare un altro modo per frenare la rincorsa cinese. Sullo sfondo ci sono l’Iran e la sicurezza delle rotte tra Hormuz e Mar Rosso: Xi potrebbe offrire una facilitazione dietro le quinte. E, intanto, presentarsi come interlocutore utile per riaprire il dialogo con Kim Jong-un.

Il dossier più delicato resta Taiwan. Pechino vuole che Washington prolunghi il rinvio delle nuove vendite di armi all’isola. Sa che difficilmente otterrà una rinuncia definitiva, ma ogni mese di sospensione alimenta a Taipei e tra gli alleati asiatici il dubbio sulla tenuta degli impegni americani. Sarebbe imprudente scambiare una pausa tattica per un’intesa sulla questione che Xi considera una linea rossa.

Per la Cina, il vertice ha comunque un valore anche senza un’intesa storica: mostrare Xi trattato da pari, evitare una nuova escalation mentre l’economia interna rallenta e guadagnare tempo per rafforzare la propria autonomia tecnologica. Un’altra tappa di una tregua utile a entrambi, rinviando eventuali scontri a quando le due potenze si sentiranno più pronte a sostenerli.

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