Brandizzo, perché si muore due volte

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La classe operaia va in Paradiso. E non è solo il titolo di un famoso film degli anni Settanta sull’operaio macchina, che se lo guadagnava nella fabbrica fordista. Ci va sul serio, fuor di metafora (per chi crede). Due giorni fa è precipitato da dieci metri un operaio specializzato che lavorava all’impianto di illuminazione del Colosseo, vetrina dell’Italia nel mondo. C’è voluta l’indignazione collettiva per spegnere le luci sul set e sospendere le riprese della serata evento con Alberto Angela.

Tre anni fa, a Brandizzo cinque operai sono stati travolti da un treno in transito mentre lavoravano alla manutenzione dei binari. Leggerete, su questo giornale, le cronache di una bella iniziativa della Cgil. Di ricordo e di denuncia. Perché, ecco, a proposito di film, il copione è sempre lo stesso. Quando si muore, caduti per una fune non agganciata – vedremo che dirà la procura – o spazzati via da un vagone in corsa o nelle fiamme di una acciaieria, ci si indigna, nelle dichiarazioni a favor di microfono: tanti “mai più” con faccia contrita a Nostra Signora dell’Ipocrisia. Poi cade tutto nell’oblio. Resta nelle famiglie e nelle comunità il pianto per le vite spezzate, ma il dolore esce dal palinsesto.

La manifestazione che abbiamo seguito ci racconta proprio questo, in una regione che riassume in modo icastico la parabola del Paese. La capitale italiana dei cortei per i diritti del lavoro è diventata, negli ultimi anni, quella dei cortei funebri: la Thyssen, il crollo della gru di via Genova, la strage del Molino Cordero. Ogni volta si parla di incidente, tragica fatalità, errore umano. Così facendo, nelle formule di rito quasi rassegnate, le vite umane diventano numero e statistica. E le cifre, private dei corpi, producono assuefazione, soprattutto in un sistema piuttosto incline all’autoassoluzione.

Non sono “incidenti”. Dietro la strage silenziosa, ci sono responsabilità e colpe su cui le procure lavorano e la politica tace, anche dopo le sentenze, persa nel suo mondo separato dove necessità e urgenza, tutta da dimostrare, vengono ravvisate per un decreto sul tetto per gli studenti stranieri nelle scuole o per un dibattito sulle primarie. Ce ne fosse uno che ha avvertito altrettanta premura per sbattere sul tavolo della discussione pubblica gli ultimi dati sfornati dall’Istat, qualche giorno fa: ben 1189 morti l’anno sul lavoro, che di media fa uno ogni otto ore, festivi compresi.

Uno stillicidio. Le leggi ci sarebbero pure, ma sono applicate male nel paese della babele degli organi di vigilanza che si sovrappongono per competenze e aree territoriali. Ma il problema è di ordine più generale perché la morte “sul” lavoro ha a che fare con la morte “del” lavoro come soggetto politico, portatore di un disegno di emancipazione più generale. Il declino della sua centralità politica accompagna lo sfondamento del sistema di tutele e garanzie, sacrificate sull’altare del profitto. Precariato, esternalizzazione, subappalti: si risparmia sui costi e si trascurano le regole, comprese le procedure di sicurezza. Non lo fa solo il privato, ma anche il pubblico.

Il nuovo canone occidentale celebra il trionfo della compatibilità sul bisogno, e su questo terreno si compie il rovesciamento della Costituzione “fondata sul lavoro” che rimuove gli ostacoli per essere “liberi e uguali”. Anche il bisogno di verità è umiliato. Da Brandizzo è partito un duplice appello. Uno a recepire l’idea di una procura nazionale per le morti sul lavoro, sul modello dell’Antimafia. Aiuterebbe ad accelerare i tempi dei processi e a sopperire alle difficoltà, anche di organico, delle singole procure. L’altra ad approvare una legge, sottoscritta da tre esponenti di partiti diversi (Riccardo Molinari della Lega, Chiara Gribaudo del Pd, Chiara Appendino del M5s) per dare patrocinio gratuito alle famiglie delle vittime sul lavoro, perché spesso non hanno la possibilità di sostenere le spese per gli avvocati. Si muore due volte, se in terra non viene fatta giustizia. Resta solo da confidare nell’esistenza del Paradiso.

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