Qualcosa, anzi molto, è cambiato per quanto riguarda la violenza sulle donne. Ne sono prova la celebrazione delle autorità – ad esempio la visita a all’ospedale di Grosseto dove è nato il progetto della Legge Rosa contro le molestie del presidente Mattarella – e il rilievo che quasi tutti i media hanno dato alla terza indagine ISTAT sulla sicurezza delle donne. Un’indagine che ha confermato che, seppure la violenze sono in calo, esse continuano a costituire un dato allarmante.
Tuttavia continua a stupire che – nonostante oggi si parli apertamente di abuso sessuale e di violenza sulle donne e la vergogna non ricada più sulle vittime – queste ultime scelgano ancora il silenzio invece di denunciare l’aggressore. Ma forse non ci dovremmo stupire più di tanto: se infatti incrociamo i dati, vediamo che per la maggior parte dei casi l’aggressore è un parente o un amico di famiglia. Denunciarlo significa quindi mettere in crisi una rete di relazioni strette, in un certo senso attentare all’unità del gruppo all’interno del quale si vive. Le vittime, in genere molto giovani, non hanno il coraggio di assumersi questa responsabilità, che del resto rende più probabile la possibilità di non essere credute, almeno da una parte del gruppo.
Inoltre, se un tempo la molestia era in genere considerata un gesto poco grave, oggi il fatto che esso comunque susciti comunque una fortissima riprovazione generale può rendere addirittura più difficile trovare il coraggio per una denuncia. Non è solo questione dell’episodio riprovevole in sé, quindi, ma è soprattutto questione del contesto in cui oggi esso avviene e della conseguente reazione a consigliare spesso il silenzio delle stesse vittime, quelle che pure ne porteranno il segno per tutta la vita.
Hanno ragione quindi tutti coloro che invocano un intervento educativo sulle giovani generazioni non solo per prevenire i reati sessuali ma anche per spingere alla denuncia quando essi avvengono. Ma a questo proposito la proposta di un’ educazione all’affettività mi sembra modesta e decisamente insufficiente. I reati di natura sessuale, infatti, comprendono molti aspetti che non attengono solo all’affettività (che cosa poi questa sia non è affatto chiaro: si tratta di uno di quei concetti che ha avuto fortuna soprattutto proprio grazie al suo carattere generico) né alla sessualità, ma all’ambito molto più ampio dell’inviolabilità della sfera che attiene alla persona nonché a quello della parità fra donne e uomini.
Si tratta di concetti che non solo devono essere invocati e spiegati in astratto, ma che devono costituire il tessuto morale della società in cui si vive. E valere non solo per le aggressioni sessuali e non solo per le donne, anche se dopo millenni di oppressione la condizione delle donne deve essere tenuta costantemente sotto osservazione. Si tratta in sostanza di ribadire valori universali, quei valori che sono espressi nella carta dei Diritti umani, e che erano inizialmente la base delle rivendicazioni delle donne.
Dico erano, perché oggi la cultura woke e il politicamente corretto hanno contribuito a scardinarne l’universalità. Come possiamo difendere il diritto di tutte le donne all’intangibilità del loro corpo se solo quando la violenza viene perpetrata da un maschio bianco essa viene deplorata? Ma se invece a stuprare sono a i pasdaran iraniani o i terroristi di Hamas si finge di non vedere?
Se ci si allontana dalla via maestra dell’universalità, del rispetto comunque e dovunque verso l’essere umano, verso tutti gli esseri umani, non potremo mai prevenire nulla, non potremo mai fermare alcuna violenza.
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