Home Business Addio body positivity: le modelle sono di nuovo tutte bellissime, altissime e...

Addio body positivity: le modelle sono di nuovo tutte bellissime, altissime e magrissime

0
2

È così evidente che tra addetti ai lavori e curiosi della Milano Fashion Week quasi non se ne parla più. All’osservazione così lampante da fare il giro e diventare quasi banale che le protagoniste delle sfilate sono tutte e inesorabilmente molto belle, molto alte e molto, in alcune casi davvero molto, magre la schietta e corale risposta di chi nella moda lavora da anni è: «Certo che sono tutte magrissime. L’inclusione non va più di moda, la magrezza invece sì». Pareva aver guadagnato spazio l’idea che la moda avrebbe potuto somigliare sempre meno all’heroin chic degli anni Ottanta e Novanta per virare su una rappresentazione della donna nella moda più vicina se non alla realtà, almeno a una quotidianità più attenta a varietà della natura umana e promozione di canoni estetici meno rigidi. Tra gli oltre 200 appuntamenti della Fashion Week qualche eccezione c’è, ma si conta e a fatica sulle dita di una mano. A essere generosi.

Che ne è stato allora della body positivity? «Quando a Milano incontro per strada le modelle, mi fanno pensare ad atlete di una disciplina ultra-specializzata. Il canone estetico che le qualifica è così preciso da essere inconfondibile. Ma chi, come e perché ha deciso di incidere i canoni della bellezza su una tavola così sottile?» scriveva nel 2011 Michele Serra a proposito dell’editoriale Belle Vere, il servizio di copertina di Vogue Italia tra corsetti, calze a rete, tacchi a spillo e linee indiscutibilmente generose e femminili. Qualche cosa era cambiato con l’idea nuova di curvy, un diverso ideale di bellezza femminile presto interpretata da top model come Tara Lynn, Candice Huffine e Robyn Lawley.

Quanto sia problematica la rappresentazione delle donne nella moda e nella pubblicità, dominata da modelli irraggiungibili e dalle linee estetiche falsate, per non dire non irrealizzabili a costo di rimetterci la salute, è evidente ai più. Qualche cosa si era mosso. Nel 2017 Kering e LVMH collaborarono al “Model Safety Charter” una sorta di codice di condotta pensato per il benessere dei modelli e delle modelle con tanto di limiti sulla magrezza accettabile. Qualche anno dopo Business of Fashion scrive che tra la fine del 2018 e l’inizio del 2022 i brand che sceglievano per sfilate e campagne anche modelli e modelle plus-size erano in crescita di oltre il trecento per cento e nello stesso periodo modelle come Paloma Elsesser, tra le protagoniste della rivoluzione estetica, hanno aumentato la loro presenza sulle passerelle di otto volte. Tempi andati.

E dire che la Camera Nazionale della Moda italiana, con lungimiranza e parecchio anticipo sui tempi del lusso internazionale, ha le sue linee guida «per trasmettere creativamente e costruttivamente modelli estetici positivi come strumento concreto di prevenzione ai disturbi alimentari». L’impegno è «a rivalutare un modello di bellezza sano, solare, generoso, mediterraneo come proposta estetica positiva per le donne nel nostro Paese e di tutto il mondo». Anche se come descrizione suona un poco stucchevole, l’intenzione è tanto chiara quanto impossibile da rintracciare nelle scelte dei casting director dal post pandemia in poi.

Con il ritorno degli stili della moda anni 2000 sono tornati anche i riferimenti fisici di quel periodo e di conseguenza sono aumentate le richieste di modelli e modelle “classici”, dove classico pare stare per una magrezza che anche a un occhio poco esperto non rappresenta nulla di simile a un corpo sano, non parliamo nemmeno di «generoso» o «solare». Ai nostri tempi la magrezza è tornata un’ossessione e lo racconta anche troppo bene la corsa a Ozempic e altri farmaci che promettono – e mantengono – un dimagrimento senza sforzo, oltre agli innumerevoli filtri da social network e le applicazioni per ritoccare le foto: zigomo alto, volto sfilato.

La sensazione che la magrezza pure estrema sia di nuovo un valore finisce per avvolgere tutta la straordinaria e imponente macchina che si muove per ogni sfilata. Decine e decine di invitate e invitati accompagnati da un esercito di fotografi, bodyguard, giornalisti, famosi, famosissimi e relativi assistenti sciamano in massa da una sfilata all’altra, con un imponente e perfettamente organizzato dispendio di energie. Una baraonda variopinta che tutta insieme si ferma e si concentra giusto per quei cinque, sei, a esagerare dieci minuti di sfilata.

Tutti gli occhi si posano sulle creazioni dei designer, certo. Ma anche e inevitabilmente sulle persone che quei vestiti li indossano. Qualche centimetro in più sul corpo delle giovani donne per una manciata di minuti protagoniste assolute di un business miliardario pare essere di nuovo un peccato imperdonabile. Che sia la lunghezza delle gonne evocata dal ministro Tajani o la circonferenza delle cosce misurata da anonimi ma decisivi direttori di casting, la libertà delle donne di abitare il proprio corpo è ancora – purtroppo per noi – una questione di centimetri.

Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it