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Xi e Trump quasi amici, Giappone e Taiwan inquieti

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Shenzhen e Miami. Sono i due luoghi in cui Xi Jinping e Donald Trump potrebbero tornare a incontrarsi, prima della fine del 2026. Al termine del summit di Washington, i leader di Cina e Stati Uniti si sono dati appuntamento all’Apec di metà novembre e al G20 di metà dicembre.

Se i due bilaterali si terranno, saranno quattro incontri formali nel giro di sette mesi, da Pechino a Washington e di nuovo a Shenzhen e Miami. Cinque in appena 14 mesi, se si conta il faccia a faccia dell’ottobre 2025 a Busan che ha fissato la tregua commerciale ora in scadenza il prossimo 10 gennaio.

Già nel resoconto cinese dell’incontro della Casa Bianca, emergeva il reciproco sostegno ai due appuntamenti multilaterali. Nel lessico diplomatico di Pechino, significa di fatto anticipare la visita di Trump a Shenzhen e quella di Xi a Miami. Se i due appuntamenti fossero confermati, si tratterebbe di un segnale difficile da sovrastimare. Per la prima volta un leader cinese andrebbe inoltre negli Stati Uniti due volte nello stesso anno.

Trump ama spesso improvvisare, ma per Xi i vertici richiedono una lunga preparazione. Tanto che la parziale distrazione americana delle scorse settimane ha fatto alzare qualche sopracciglio a Pechino, portando anche all’esclusione last minute dei manager cinesi dagli eventi ufficiali della visita. Anticipare altri due bilaterali e tenerne tre in tre mesi significherebbe per Xi dare assoluta priorità al rapporto con Washington.

Gli scambi frequenti tra i due leader sono mirati a tenere aperto il dialogo mentre, nel frattempo, i due sistemi sotto di loro continuano a competere. Da Washington si è usciti con molta più forma che sostanza. Le contese su tecnologia avanzata e terre rare sono tutt’altro che risolte, non si intravedono convergenze significative sull’Iran e sul commercio resta molta strada da fare per anche solo immaginare un’intesa strutturale.

In questo contesto, vedersi ancora a Shenzhen e Miami significa cercare di mettere in sicurezza la cosiddetta “stabilità strategica costruttiva”.

Da una prospettiva cinese, palesare altri due appuntamenti al massimo livello offre una ragione per prorogare ulteriormente la tregua sui dazi e per rinviare l’approvazione della vendita di nuove armi a Taiwan, con un pacchetto da 14 miliardi di dollari in attesa da mesi. «Pechino vede un maggior numero di incontri tra i due leader come uno strumento che può contribuire a indebolire il sostegno americano alla difesa di Taiwan», dice a La Stampa William Yang, analista senior per l’Asia nord orientale del Crisis Group. «Pechino può sfruttare il ritardo nell’approvazione del pacchetto di armi per Taiwan per alimentare dubbi sulla credibilità degli Stati Uniti e ridurre la fiducia in Washington tra l’opinione pubblica taiwanese», aggiunge.

Nel calendario potrebbe peraltro comparire anche Vladimir Putin. È già prevista la sua partecipazione all’Apec di Shenzhen, dove il Cremlino ha più volte detto che non è escluso un trilaterale che sarebbe senza precedenti. Mentre Xi era ancora a Washington, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha confermato l’invito al presidente russo per il G20. La presenza simultanea non garantirebbe un vertice a tre, ma già suscita timore negli alleati e partner americani in Europa e in Asia. «Giappone, Filippine e Corea del Sud potrebbero sentirsi a disagio di fronte a un rapporto così positivo tra i due leader, perché potrebbe suggerire una maggiore propensione di Trump ad assecondare alcune richieste cinesi», sostiene Yang.

Il disagio è già visibile in Giappone. Alla Casa Bianca, Xi ha ricordato esplicitamente che Cina e Stati Uniti «combatterono fianco a fianco contro gli aggressori militaristi giapponesi», parlando di un’amicizia sinoamericana “forgiata nel sangue e nel fuoco”. Lo stesso Trump ha menzionato l’alleanza nella Seconda Guerra Mondiale, pur senza citare esplicitamente il Giappone come nemico. Il tempismo è significativo: tra Pechino e Tokyo è calato un profondo gelo diplomatico da quasi un anno.

La Cina accusa la premier giapponese Sanae Takaichi per le sue posizioni su Taiwan e per l’accelerazione al programma di riarmo. Tokyo, che peraltro deve far fronte a ritardi nelle consegne di missili Tomahawk per le esigenze belliche americane su altri teatri e alle sanzioni americane contro una sua giudice della Corte Penale Internazionale, osserva con qualche preoccupazione.

Nei giorni scorsi, Takaichi ha anticipato il discorso all’Onu per vedere Trump prima di Xi: il colloquio a New York è durato solo 35 minuti. Ora starebbe cercando un nuovo colloquio telefonico per essere aggiornata delle discussioni fra Trump e Xi.

A Washington, Xi ha inoltre ribadito a Trump di gestire “con cautela” la questione Taiwan. Tradotto: «opporsi all’indipendenza» di Taipei. E, dunque, continuare a bloccare le vendite di armi all’isola. A maggio, ha paventato il rischio di un «conflitto».

Stavolta ha usato toni apparentemente più morbidi. Non è una prova che Xi abbia ottenuto garanzie a porte chiuse, ma non si tratta certo di un arretramento. Per Yang riflette «la crescente fiducia di Pechino nella capacità di gestire la questione di Taiwan all’interno del rapporto bilaterale con gli Stati Uniti», dopo che nei mesi scorsi Trump ha fatto una serie di commenti che «suggerivano che Xi fosse riuscito a influenzare il suo modo di vedere la questione».

A preoccupare l’isola non sono solo i rinvii sulle vendite di armi, ma il fatto che Trump le abbia più volte presentate come una leva negoziale di cui discutere con Xi. Un’apparente deviazione dalle Sei Rassicurazioni dell’amministrazione Reagan, che escludono negoziazioni con Pechino in materia. Alla vigilia del summit, il segretario di Stato Marco Rubio ha cercato di rassicurare Taiwan, attribuendo il ritardo sulle armi alle esigenze militari americane.

«Ma questi tentativi stanno diventando sempre meno affidabili e rilevanti. Una singola frase o decisione di Trump può sostanzialmente annullare qualsiasi rassicurazione», sostiene Yang. Le esigenze belliche americane, accresciute dalla guerra in Medio Oriente, pesano inoltre sui tempi di consegna di armi già acquistate da Taipei, che aspetta spedizioni in ritardo per un valore totale di 29,72 miliardi.

In realtà, la Cina non si fa illusioni sul fatto che lo stop alle vendite duri per sempre. Ma rivedersi a Shenzhen e Miami significa per Xi dare a Trump nuove ragioni per rinviare la decisione. C’è un altro aspetto: dopo che Trump ha apparentemente portato le armi a Taiwan nello stesso «canale» delle relazioni con Pechino, se e quando ci sarà un’approvazione del pacchetto in attesa Xi potrebbe presentarla come una sfida diretta alla «stabilità» delle relazioni nella loro totalità, giustificando così ritorsioni su altri dossier sensibili come le terre rare.

«La reazione sarà molto più dura che in passato», diceva a La Stampa qualche mese fa Zhou Bo, ex ufficiale dell’esercito cinese. L’arma negoziale che Trump pensava di avere a suo favore potrebbe finire per essere usata contro di lui.

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