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Michele Placido riabilita Celestino V: “Il mio Papa forte e gentile”

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Nessuna «viltade», mosse le scelte di Celestino V. Anzi fu il coraggio, lo sprezzo e la sfida contro gli intrighi di potere a portare Pietro, l’eremita della Maiella, alla decisione resa pubblica il 13 dicembre del 1294: abbandonare il soglio papale dopo pochi mesi di pontificato. Presa di coscienza che gli valse l’eterna fama. Dunque mentre Dante spingeva il religioso nel suo Inferno tra gli ignavi, un film lo riabilita nella vulgata popolare restituendogli grandezza e realizzando una convergenza tra luogo e fatti, accadimenti e fisionomia del territorio aspro, verace mai piegato a logiche mondane. Perché proprio L’Aquila, che volendo guarda il Gran Sasso e la Maiella, montagne dalla bellezza pudica ma prepotente, ha fatto da scenario privilegiato all’anteprima mondiale del film-tv L’eremita che diventò Papa, Pepito Produzioni in collaborazione con Rai Fiction, in onda presto su Rai1, tratto dal libro Celestino, Papa, eremita e santo di Maria Burani.

L’Aquila, Capitale Italiana della Cultura 2026, ospita la 78esima edizione del Prix Italia che ha accolto il talk tra i protagonisti di un film che vede al centro Celestino V tanto noto quanto poco conosciuto. Celebre è piuttosto il verso di Dante che, precipitando negli inferi il dissidente, senza peraltro mai nominarlo, scrisse: «vidi e conobbi l’ombra di colui/ che fece per viltade il gran rifiuto», anche se l’attribuzione alla figura di Celestino V ha destato negli studiosi qualche perplessità. Certo è che rinunciando al suo brevissimo pontificato, di fatto consentì l’elezione di Bonifacio VIII, fatto di tutt’altra pasta, uomo d’intrigo e di trame, famiglia nobile e anch’essa dedita all’intrigo. Pietro del Morrone, l’eremita della Maiella, eletto a 84 anni a un soglio che non voleva, tanto deciso nel lasciarlo quanto poco nell’accettarlo, aveva bisogno gli si prestasse un volto all’occorrenza ieratico, come quello di Michele Placido, lo stesso viso sofferente e deciso che incarnò Padre Pio, altra personalità divisiva. Infatti l’attore e regista ha colto appieno lo spirito di questa gente di poche parole: «Per Celestino vale quello che dicono gli abruzzesi: bisogna essere forti e gentili». Una forza fisica e spirituale: «Anche io ero quasi sul punto di rifiutare. Quando il regista, Edoardo Re, mi ha fatto vedere dove avremmo girato, i luoghi dell’eremita tra neve e rifugi, ho temuto di non farcela. Poi mi sono detto che se ce l’aveva fatta Celestino a 84 anni, potevo farcela anch’io. In più mi ha colpito una coincidenza biografica, lui è morto il 19 maggio, stesso giorno in cui sono nato io. In questo film l’emozione è stata quella di trovarmi di fronte a un personaggio raro, una di quelle persone che hanno dato un senso al lavoro».

Tra gli altri interpreti, Tommaso Ragno nei panni di Bonifacio VIII, Roberto di Salle, il giovane confratello di Pietro, Giacomo Ferrara, il Cardinal Colonna, principe della curia, con sguardo affilato e di potere, reso perfetto da Fortunato Cerlino e dunque il narratore che abita uno spazio spoglio a metà strada tra presente e Medioevo, una presenza drammaturgica autonoma, capace di restituire il racconto della storia. Il narratore è Giovanni Scifoni: «Sono un appassionato della storia dei santi, dunque mi ero avventurato. Trovo che questo sia un film innovativo, con un giullare che racconta, collega, che invita a seguire la vicenda come nella tradizione teatrale. Al cinema in Italia non l’avevo mai visto. In America i fratelli Cohen. Io mi sono ispirato soprattutto a Kenneth Branagh dell’Enrico V, quando incita i soldati colti da paura a combattere da eroi, meno siamo e più grande sarà la porzione di gloria. Io lo faccio con il pubblico. Mi piace il film in costume e mi piace il ruolo di fine dicitore che calca le sillabe. E ho goduto un Michele Placido in stato di grazia, superbo nell’incarnare questo vecchio moribondo che non ha più niente da perdere, forte della libertà assoluta che solo i vecchi possono avere. E la storia di Celestino é avvincente, un uomo che odiava il potere, le conventicole, le polarizzazioni del potere e finisce per essere il personaggio che di questo potere odiato tocca i vertici. Lo fa perché viene scelto dalle famiglie Colonna, Orsini e Caetani che non riuscendo a trovare un accordo, di fatto avevano paralizzato il conclave per oltre due anni. Dunque, quando si leva la voce tonante di Pietro l’Eremita, sparigliano eleggendo lui, religioso in continua ricerca della volontà divina».


Una figura talmente lontana dalle logiche imperanti che in pochi mesi compie due gesti profondi che cambieranno la Chiesa. Il primo è la Perdonanza concessa il 29 agosto del 1294 che anticipa il Giubileo di Bonifacio VIII con la Bolla del Perdono e che ancora oggi viene onorata nella Chiesa di Collemaggio all’Aquila, riconosciuta Patrimonio Culturale Immateriale Unesco. Il secondo atto è appunto la rinuncia al pontificato, atto senza precedenti. 700 anni dopo, in un piccolo monastero dei Giardini Vaticani, un altro uomo approfittava della procedura canonica codificata da Celestino. Era Joseph Ratzinger, Benedetto XVI che proprio visitando L’Aquila devastata dal terremoto nel 2009 deponeva il suo pallio papale sulla teca di Celestino V nella Basilica di Collemaggio. Meno di 4 anni dopo anche lui compì il gran rifiuto. Il regista Edoardo Re: «Dante la chiamò viltade, Ratzinger la chiamò coscienza. La storia forse la chiamerà coraggio».

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