Home Business Volo FlyDubai, la corsa alle teorie del complotto: “Israele dietro l’attacco”

Volo FlyDubai, la corsa alle teorie del complotto: “Israele dietro l’attacco”

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Sessantasette minuti. Tanto ci è voluto, dal primo segnale d’emergenza del volo FZ1073, perché su X comparisse la prima accusa a Israele, al Mossad o a Netanyahu, e nelle dodici ore successive i post dello stesso tenore sono stati quasi tremila. Nessuno sapeva ancora che cosa fosse accaduto in quella cabina di pilotaggio, ma la spiegazione alternativa era già in circolazione.
Si è partiti con la storia della lite tra un pilota ucraino e uno russo, per poi arrivare a teorie cospirazioniste, tra false flag a azioni per scopi elettorali, che compaiono ogni volta che in una storia appare Israele. Complice anche l’incredibile azione di alcuni passeggeri che hanno salvato la vita del comandante, hanno bloccato il copilota e fatto atterrare l’aereo; complici alcuni dettagli come la porta della cabina impossibile da aprire senza conoscere il codice segreto o dall’interno; complice la vicinanza elettorale israeliana e gli allarmi già inviati, anche recentemente da Netanyahu e dal suo governo sulla sicurezza in Israele, il web e i social sono pieni di teorie.

La prima, e più diffusa, è la regia elettorale. Il giorno prima Netanyahu aveva avvertito di possibili attacchi in vista del voto del 27 ottobre; il giorno dopo l’attacco è arrivato. Un post del commentatore americano Jackson Hinkle, visto oltre un milione e mezzo di volte, mette in fila le tappe (premier dato per sconfitto, allarme, attentato) e lascia al lettore la conclusione. La lettura speculare insinua qualcosa di più grave: se l’aveva annunciato, allora sapeva. Riprende un po’ la polemica degli annunci sul sette ottobre, che per diversi media avrebbero raggiunto Netanyahu ma lui non avrebbe fatto nulla per avere una scusa di annientare Gaza, anche se i protagonisti smentiscono e comunque non si parla mai né di date né di tipologia di attacco.
Segue la teoria della scenografia. Nei commenti ai siti della galassia complottista si guarda con sospetto alla rapidità con cui il premier accoglie gli “eroi” e i passeggeri (dimenticando che tra Gerusalemme e l’aeroporto Ben Gurion ci sono quaranta chilometri) raccontano l’accaduto in televisione, e si evocano le “impronte” di Mossad e Cia. Il passo successivo è il più estremo: secondo molti post, a dirottare l’aereo sarebbero stati gli stessi israeliani, o l’intera vicenda sarebbe stata inscenata.

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Un’altra versione si nutre della confusione delle prime ore. Le ricostruzioni iniziali parlavano di piloti russo e ucraino, di omanita o emiratino, di una semplice lite. C’è poi il silenzio sulla reale identità del copilota, il fatto che sia stato portato via dai sauditi, il mistero su come abbia portato un coltello in cabina. Per i complottisti queste discrepanze dimostrano che la storia “si sgretola” e che il premier abbracciava la persona sbagliata. È il vecchio meccanismo per cui ogni errore di cronaca diventa un indizio. Lo stesso vale per il secondo volo FlyDubai che alcuni media diedero per rientrato a Dubai, ma che non lo era, e per l’aereo che per qualche minuto scomparve dagli schermi del tracciamento civile: tessere di un mosaico più grande, secondo chi ci crede.
C’è poi il capitolo dei falsi veri e propri. Un video costruito con l’intelligenza artificiale a partire dal volto di una presentatrice della BBC e da immagini reali girate a bordo racconta di un’operazione che avrebbe coinvolto funzionari indiani insieme al Mossad. Più di trecentomila visualizzazioni, prima che X lo etichettasse come contenuto artificiale. A questo si aggiunge la giostra delle nazionalità: prima ancora che fosse noto chi avesse aggredito il comandante, circolavano post che indicavano l’identità dell’aggressore, alimentati dai rancori tra India e Pakistan. Con Israele c’entra poco, ma il meccanismo è lo stesso.

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Il fronte iraniano capovolge lo schema. L’agenzia Fars, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, sostiene che Israele stia preparando un attacco sotto falsa bandiera contro aerei o aeroporti della regione, per attribuirlo a Teheran, senza fornire alcuna prova. Nei blog della stessa area il volo diventa una false flag fallita, concepita per riaccendere la guerra con l’Iran. E c’è chi scagiona Teheran in anticipo: gli iraniani non sono stupidi, si legge, e non regalerebbero a Netanyahu una simile occasione a poche settimane dal voto. Gli analisti osservano che l’accusa preventiva a Israele è una tattica collaudata di Teheran per allontanare da sé i sospetti. Dopotutto, Mohammad Mokhber, assistente del supremo leader iraniano e membro del consioglio del riesame, ha minacciato che se l’Iran non può volare, nessun paese avrebbe potuto farlo nella regione.

Che cosa tiene insieme racconti così diversi? Un copione antico, che gli osservatori chiamano “autovittimizzazione cospirativa”: l’idea che ebrei o israeliani colpiscano sé stessi per manipolare l’opinione pubblica. Il Combat Antisemitism Movement stima che circa il 72% di oltre quattromila post contenenti l’espressione «false flag» spinga questa tesi, con una quota salita oltre l’80% nelle ultime ore monitorate. Sono numeri di un’organizzazione schierata, ma il quadro coincide con quello di altri monitoraggi. Poi c’è l’economia dell’attenzione: Hinkle ha ammesso in passato di ricevere pagamenti da X in cambio di contenuti molto coinvolgenti, e nell’incertezza di un evento in corso la spiegazione totale rende più del “non lo sappiamo”.
Finora non è emersa alcuna prova indipendente di un coinvolgimento israeliano. Le inchieste diranno che cosa è successo a bordo. Nel frattempo, queste teorie raccontano più di chi le rilancia che del volo FZ1073.

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