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Samanta Schweblin: “Mio nonno mi insegnò la forza delle parole. Oggi mi sento straniera ovunque”

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CAPRI. Oggi, 3 ottobre, sarebbe stato il compleanno di Raffaele La Capria. Dudù come permetteva agli amici di chiamarlo. E tra questi c’era in primo piano Gabriella Bontempo che ha avuto il merito (sempre riconosciuto da La Capria), di riportare il Premio Malaparte al fulgore degli anni d’oro. A un passo dal trentennale che cade l’anno prossimo. Il grande scrittore di Ferito a morte, avrebbe anche apprezzato che la scelta della giuria fosse caduta su Samanta Schweblin, la più giovane vincitrice del Malaparte grazie ai suoi 48 anni, pluripremiata autrice argentina tradotta in venti lingue, con doppio passaporto uno dei quali italiano dovuto al nonno materno, calabrese, che lei ha molto amato e che le ha insegnato il significato della parola scritta che ti cambia la vita. Cresciuta in Argentina e in Patagonia, ora vive a Berlino.

Schweblin, che significa per una sudamericana vivere a Berlino?
«Avere uno sguardo ampio sul mondo. Berlino significa spazio, significa città pluriculturale, una Torre di Babele nella realtà spiazzante. Io sento una grande libertà perché quella mentalità espande le ampiezze, una città giovane, in perenne costruzione, un crogiuolo, un laboratorio di convivenze. Devo dire però che io vivo in una bolla assieme a tanti sudamericani e questo mi conforta e al tempo stesso mi spiazza».

In che senso?
«Sento che questa condizione ha reso il mio linguaggio, che per me è uno strumento di lavoro, differente, meno porteño. E mi dispiace. Quando qualcuno legge i miei libri a Buenos Aires, trova che non mi esprimo più come prima. Quando vado in libreria a Berlino i miei volumi li trovo nella sezione latino-americana. Ma io non sento più di appartenere ad alcun luogo, come se fossi straniera ovunque».

Lei ha iniziato a scrivere giovanissima.
«Ero piccolissima. Mia madre mi leggeva le favole e insieme ricostruivamo la fine che più ci piaceva. La mia famiglia mi ha sempre sostenuta, mio nonno scriveva con me un diario giornaliero. E mi leggeva le poesie. Le leggeva talmente male che io ne restavo sconvolta: gridava, si alzava, sputava e piangeva. Allora io pensavo che se un testo era riuscito a provocare questo in una persona, allora anche io volevo suscitare tanta reazione scomposta. A volte ci preoccupiamo troppo del perché e meno del come. Ai ragazzini dobbiamo leggere mostrando il nostro coinvolgimento, la fragilità che la lettura provoca».

Lei ha detto che ritmo e tensione sono ciò che ama di più quando scrive. Forse per questo si è concentrata soprattutto su raccolte di racconti brevi rispetto ai romanzi?
«Ho una scrittura se vuole affilata che serve bene la realtà non comune che descrivo. Una storia nasconde sempre un’altra storia che chiede di essere contemplata prima che interpretata. Sarà dovuto all’influenza della tradizione fantastica rioplatense. Scrivo della quotidianità quando si incrina e il lettore si sente smarrito, spiazzato. È facile adeguarsi alle regole della normalità, rende la nostra vita sociale facile. Ma questa rete fatta di ordine é vuota e crea enorme disagio quando si spezza. Il mondo fatto di normalità è una finzione, è qualcosa di innaturale creato da noi».

Lei del fantastico coglie la postura, crea tensione e chi legge avverte che presto ci sarà un accadimento e cambierà la vita dei personaggi. A volte persino gli animali l’aiutano.
«È incredibile scoprire quanto gli animali, non unicorni ma cani, gatti, cavalli, possano creare aspettative in un racconto. Ne Il buon male, la raccolta edita da Einaudi, gli animali sono percepiti come un segnale d’allarme all’interno di una finzione narrativa, un simbolo o uno specchio delle nostre sensazioni».

Tornando al racconto breve, oramai si riscontra un deficit un’attenzione sempre più preoccupante. Una forma più stringata di racconto cattura di più?
«Una crisi preoccupante quella dell’attenzione. Da adolescente mi mettevo ore a leggere un libro completamente concentrata. Oggi dopo mezz’ora ho l’impulso fisico di muovermi, controllare il telefono, i social. L’attenzione è uno spazio di resistenza. Viviamo con dispositivi che rubano la nostra attenzione e mai assorbita completamente. Considero una buona giornata quando vado poco sui social e non ho troppe distrazioni».

Lei ha criticato l’immaginario globale, riassunto in: tutti guardiamo le stesse serie Netflix.
«Mi inquieta l’immaginario globale, è pericoloso, consumiamo le stesse storie, la letteratura invece deve andare lì dove il nostro sguardo non si può posare e dunque renderlo visibile, in un posto sconosciuto che va scoperto. Si parla tanto di intelligenza artificiale che in realtà è un sistema predittivo del linguaggio; non va alla ricerca dell’originale al contrario della letteratura che è pura immaginazione e così permette all’inconscio di emergere».

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