La lunga fuga di Francesco Ciancabilla finisce a Madrid, una sera di freddo buio, quartiere Penuela, stradine che salgono dal Manzanarre alla Pineta del Sol, bar alcol e tapas, frustrazioni artistiche e graffiti sui muri. I poliziotti gli chiedono i documenti e lui mostra il passaporto: Giampiero Contini. Ma quegli agenti spagnoli del servizio d’informazione estera sanno già tutto di lui, in Italia lo stanno cercando da 11 anni, dopo la condanna per l’omicidio di Francesca Alinovi, critica d’arte di fama internazionale, sua professoressa al Dams e sua amante, uccisa da 47 minuscole pugnalate, per morire così nel suo sangue, in un gioco in cui l’amore tentava di tramutarsi in rappresentazione, nella folle ricerca di una sublimazione erotica. Una morte «creata» anche se non voluta, dicono i giudici nella sentenza. Ciancabilla a Madrid lavorava in un locale di gay e viveva con un uomo. Ma era arrivato lì da San Paolo del Brasile, dove la polizia diceva che aveva casa e letto con una donna che lo aveva accusato di maltrattamenti. È una sera di fine gennaio del 1997 quando lo arrestano. Uscirà dal carcere nel 2006 e anche dopo continuerà a dichiararsi innocente e a chiedere la revisione del processo. Senza successo. Il tempo ha seppellito il suo giallo nei faldoni della memoria ed è difficile tornare indietro a quei giorni e a quel mondo, a quell’ansia di vivere e alle sue notti un po’ schizoidi.
È il 1983. Al cinema spopola Et ed è uscito Blade Runner. Due anni prima Umberto Eco ha vinto lo Strega con Il nome della rosa, un successo che travalica i confini, e adesso tutti parlano dell’altra sua creatura, il Dams. Bologna è una città di crinale, sospesa fra i tramontanti anni di piombo e i carri armati per strada e il riflusso spensierato stile yuppies degli Ottanta, con la Uno bianca che deve ancora arrivare. Le cronache sono già scosse da un omicidio misterioso: un collaboratore di Umberto Eco al Dams, Angelo Fabbri, è assassinato a coltellate nel buio di una stradina e il suo cadavere gettato in una scarpata sui colli bolognesi. Le indagini vagano senza nemmeno un indizio.
E prima che una studentessa del Dams, fresca di nozze, Leonarda Polvani, sparisca da casa per essere ritrovata morta quattro giorni dopo in una cava di gesso a San Lazzaro, un altro giallo maturato nello stesso ambiente deflagra in città. La vittima, questa volta, è pure famosa, Francesca Alinovi, 35 anni, allieva di Renato Barilli, conosciuta anche a livello internazionale. Li chiamano i delitti del Dams, tre in un anno. Il Dams non è un’officina del crimine, e la narrazione si sperde solo a raccontare uno strano ambiente universitario in cui bivacca qualche artistoide con tendenze bizzarre. Però il caso Alinovi è destinato a entrare nella storia della città.
Il fatto è che dentro a questo giallo c’è un po’ di tutto, sesso sangue, mistero e personaggi di un mondo solo apparentemente a margine della grassa e accogliente Bologna. È il 15 giugno 1983 quando viene trovato il cadavere di Francesca Alinovi nel suo appartamento di via del Riccio, una strada antica del centro, dove ci passa a malapena una Cinquecento. La polizia rinviene il suo corpo dentro a una scena surreale, lei riversa per terra con le mani sulla faccia e due cuscini sul capo e vestita di tutto punto, con indosso anche la giacca di pelle, nonostante il caldo. Francesca è annegata nel suo sangue, colpita da 47 coltellate leggere, minuscoli tagli sul lato destro del corpo, eccetto una, alla carotide.
La lama è entrata di un centimetro non di più, come per lasciarle tutto il tempo di rendersi conto di quello che stava succedendo, in una modalità più crudele della stessa violenza. È morta tre giorni prima del suo ritrovamento, il 12 giugno. Tutti gli amici di Francesca fanno un solo nome, quello di Francesco Ciancabilla, studente di 23 anni dall’orientamento sessuale ambiguo, che l’aveva fatta innamorare, ma la tormentava con la sua instabilità, descritto dai testimoni come un uomo pericoloso. Non è l’unico demone di Francesca. L’altro è la droga. E quando Ciancabilla viene interrogato in questura, racconta che il pomeriggio del 12 giugno erano stati insieme in via del Riccio e avevano fatto uso di roba, forse speedball, e poi lui se n’era andato via che lei era ancora viva, alle 18,30, più o meno.
E qui c’è il primo problema, perché la morte è fissata in uno spazio temporale che va dalle 18 alle 22. Lui va alla stazione, sale sul treno senza passare da casa. Un’amica lo viene a prendere perché le ha chiesto di portargli dell’eroina e non gli vede macchie di sangue sul vestito. L’orario è compatibile, ma non c’è la sicurezza. In bagno, sulla finestra gli inquirenti hanno trovato una scritta in un inglese sgrammaticato, your not alone, any… way, traducibile in tu non sarai mai sola comunque, ma che nello slang newyorkese potrebbe invece significare, «ti ho fregato». Quella scritta però non è di Ciancabilla, l’aveva fatta un amico giorni prima.
Al primo processo, nel 1985, lui viene assolto per insufficienza di prove. All’appello, un anno dopo, condannato a 15 anni, ridotti poi a dieci dalla Cassazione. Alla fine è stata davvero una morte creata anche senza volerlo, come hanno sostenuto i giudici, un gioco erotico spinto oltre i suoi limiti nell’effluvio della droga? Certo che quello fra i due era un rapporto molto complicato. Lei era pazza d’amore. Sul suo diario scriveva che se fosse stato un uomo sarebbe stata precisa e identica a lui: «Io mi sono innamorata della mia versione maschile». Ciancabilla invece sosteneva che fra di loro non c’era nient’altro che amicizia. «Ma quali amanti? Era solo un’amica». Il tempo è passato, s’è posata un po’ di polvere. Ciancabilla si chiama Friso, il suo nome d’arte, e torna a Bologna ogni tanto per fare qualche mostra. Allora dipingeva coltelli sanguinanti. Oggi, volti della vita rubati in giro per il mondo. L’appartamento di via del Riccio, l’hanno venduto. Hanno imbiancato tutte le pareti, quasi a voler cancellare il tragico colore di quella morte. Ma nel 2013, a quarant’anni esatti dal delitto, hanno aperto una mostra d’arte. E c’era chi chiedeva dove avevano trovato il corpo di Francesca.
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