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Stati Uniti e Cina visti da noi: fidarsi e sentirsi traditi

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L’erba del vicino è sempre più verde, a patto che il “vicino” sia abbastanza lontano da non farci scorgere le erbacce nel suo giardino. In geopolitica funziona così, e il vertice alla Casa Bianca tra Trump e Xi ce lo ha ricordato: a migliaia di chilometri di distanza le minacce sfumano e persino le crepe di un regime si notano meno; da vicino, invece, il terreno appare irregolare e pieno di buche. Non stupisce, allora, che gli europei, stufi marci di Washington, si scoprano sempre più attratti dalla Cina, mentre chi vive accanto a Pechino continua a vedere negli Stati Uniti un indispensabile contrappeso alle mire poco rassicuranti del dragone.

Lo confermano gli ultimi sondaggi del Pew Research Center: in buona parte dell’Occidente la Cina è guardata con più simpatia degli Usa. In Italia il giudizio favorevole su Pechino è al 51%, venti punti sopra il 2022. In Canada la fiducia nel gigante asiatico è più che triplicata. Lo stesso accade in Francia, Germania e Regno Unito. Non male per un Paese finora raccontato quasi solo per la sua censura e minaccia sistemica, con il massacro di Piazza Tienanmen e le proteste di Hong Kong archiviati insieme alla cronaca di un vecchio numero di giornale.

Basta però spostarsi a Est perché questo miracolo di consenso perda il suo smalto: Giappone, Corea del Sud, Filippine e India restano ostinatamente freddi verso Pechino. Forse perché nessuno di loro si affaccia sul Danubio, e la Cina non hanno bisogno di immaginarsela: la vedono benissimo dal balcone di casa, tra dispute dalle Senkaku al confine himalayano, dalle minacce a Taiwan agli scogli contesi nel Mar Cinese Meridionale, e dipendenze che vanno dalle terre rare all’accesso al mercato cinese. Vista da Milano, la Cina costruisce la Via della Seta. Vista da Manila, ci parcheggia sopra una portaerei.

La spiegazione è meno sofisticata di molte analisi sulla transizione egemonica: per sentirsi traditi bisogna prima essersi fidati.

Con l’America, in Occidente, la fiducia c’era eccome. Ottant’anni di alleanza, valori condivisi, un racconto comune, tenuto in piedi a suon di basi militari, campus universitari e film di Hollywood, avevano prodotto più di una semplice cooperazione strategica: un’aspettativa. Quando quella narrazione ha cominciato a scricchiolare — e, con Trump, a essere pestata col mortaio — la delusione ha assunto il sapore acre del tradimento.

Con la Cina, invece, di aspettative da tradire ce n’erano ben poche. Per generazioni è rimasta un affresco visto da lontano: muta, indecifrabile, senza un racconto a noi familiare, e mai promessa sposa. Difficile sentirsi traditi da chi non ha giurato fedeltà. Più facile proiettarci sopra ciò che ci manca di più: stabilità, prevedibilità, l’assenza di quel narcisismo geopolitico diventato marchio di fabbrica di Washington. Così, se all’America basta cambiare per deluderci, alla Cina basta sorprenderci per conquistarci.

Naturalmente non è solo un’illusione ottica. Pechino ha accumulato risultati impressionanti, innovato, costruito infrastrutture e sviluppato tecnologie con una velocità che sarebbe ingenuo liquidare come propaganda. Gli Stati Uniti hanno bruciato capitale politico con un’efficienza da fare invidia agli stessi cinesi. Ma la geografia dei giudizi suggerisce prudenza: avvicinandosi alla Cina, il prato rigoglioso si riempie di chiazze. E più vicini di tutti non sono né i giapponesi, né i taiwanesi, né i filippini, ma i cittadini cinesi stessi.

Così, mentre l’Occidente scopre la promessa del dragone, i sondaggi interni raccontano una società assai meno euforica. I dati non rilevano il dissenso politico — categoria che in Cina non ha diritto di parola e non lascia traccia nei numeri — ma lasciano trapelare un dubbio più prosaico sul proprio destino economico. Un decennio fa la maggioranza dei cinesi era convinta che l’impegno garantisse un futuro migliore. Oggi quella fiducia si è quasi dimezzata, si sono ridotte le aspettative di mobilità sociale ed è cresciuta la convinzione che il sistema sia truccato e le conoscenze giuste contino più del merito. Non è certo il quadro di un Paese sull’orlo della rivolta, ma di una società sempre più disillusa, tra crescita rallentata, disoccupazione giovanile record e declino demografico.

Il punto non è che la realtà cambi a seconda dell’osservatore o che la familiarità renda visibili difetti che, dall’altra parte dello steccato, restano nascosti. È, piuttosto, la consapevolezza che abbiamo di questo scarto ottico. La politica dovrebbe servire a correggere gli effetti prospettici e a ricordarci qual è il colore reale del giardino che osserviamo. Possibilmente prima che qualcuno decida di coltivare il nostro con le stesse piante.

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