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Moran Stella Yanai: “Non porterò con me l’odio di Gaza. Ma la loro tragedia non cancella la mia”

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A Gaza non aveva un orologio. Nei 54 giorni come ostaggio di Hamas, Moran Stella Yanai scandiva il tempo con i rumori. Alle sei del mattino era il canto di due bambine: non poteva vederle ma le immaginava mentre si tenevano per mano. A metà mattina passava sempre un asino, ragliando. Nel pomeriggio arrivavano i bambini a giocare a pallone per strada. Verso sera, una madre si affacciava alla finestra e telefonava al figlio: un altro giorno di prigionia era passato. Finché un pomeriggio ci fu un’esplosione: al posto della consueta telefonata, sentì la madre palestinese urlare e Moran pianse per quel dolore. Ma il suo carceriere derise entrambe. E un’altra volta la avvertì che, se avesse mai rivelato dove era stata tenuta in ostaggio, la morte dei bambini di quella città sarebbe ricaduta sulla sua coscienza: «Capisci? – chiede ancora incredula – Cercava di scaricare quella colpa su di me!».

Moran Stella Yanai 

Oggi Yanai, 43 anni, non cerca assoluzioni né vendette, non perdona Hamas e non assolve chi l’ha rapita. «Ma – afferma – non sarà l’odio una delle cose che porterò con me dopo quella terribile esperienza», iniziata alle 6 e 29 di tre anni fa, al Nova Festival a Reim. Di quel 7 ottobre ricorda un’alba bellissima. Di recente aveva iniziato a disegnare gioielli ed era all’evento musicale con il suo primo banchetto per venderli. Tra migliaia di ragazzi che ballavano tutto attorno ai palchi e ai bar allestiti nella foresta di Reim, lei sorseggiava tè con un’amica, seduta su una sedia da spiaggia. Finché comparvero due scie a solcare quell’alba: i primi razzi di Hamas sparati da Gaza.

Tornare a Reim tre anni dopo è un dovere, una necessità o una sofferenza? Che cosa rappresenta per lei quel luogo, oggi?

«Ci sono tornata molte volte ed è sempre diverso. Però quando alzo lo sguardo ritrovo esattamente l’immagine che avevo davanti mentre scappavo, e le gambe cominciano a tremare, come se fossero ancora pronte a correre. Da una parte sento il peso di tutte le vite perdute, dall’altra capisco la fortuna di essere tornata».

È il primo anniversario del 7 ottobre senza ostaggi a Gaza. Dalla sua liberazione si era data tre obiettivi: riportare a casa tutti i rapiti, difendere Israele, costruire ponti. Cosa le resta da fare, adesso?

«Ora posso fermarmi e guardare indietro. In questi tre anni la gente ha visto una donna forte, capace di parlare e andare avanti. Ma poi non viene a casa con me, non sente i rumori che mi fanno arrabbiare o tutto quello che ormai i miei occhi registrano. Solo adesso inizio davvero a capire quello che ho vissuto. E capisco che il rapimento del 7 ottobre e la prigionia sono stati due eventi diversi, quasi due vite diverse, che ancora convivono dentro di me».

Cosa c’è che sta ancora cercando di comprendere?

«A volte mi chiedo dove abbia trovato tanto coraggio. Altre, penso di avere avuto un angelo accanto: non so spiegare altrimenti come sia sopravvissuta. E continuo ancora oggi a scoprire cose nuove. Solo due mesi fa un’amica mi ha raccontato che, mentre ero sola, nascosta nel parcheggio, dietro di me c’era un pick-up che mi sparava addosso ma io ricordavo soltanto i fischi sopra la mia testa. Tre anni dopo, credo che nemmeno noi riusciamo ancora a capire fino in fondo quello che abbiamo vissuto».

E che dire della persone che l’hanno catturata?

«In questi tre anni ho capito che possono esistere due verità insieme. Nella mia scala di valori certi comportamenti restano inaccettabili, ma oggi riesco a riconoscere anche i piccoli gesti umani dei miei carcerieri. Forse, con un’educazione diversa, alcune di quelle persone avrebbero potuto essere diverse. Voglio continuare a credere che sia possibile imparare ad accettare chi non è come noi. Non significa perdonare. Ho come modello una sopravvissuta alla Shoah che diceva di non aver bisogno di perdonare il proprio torturatore, ma di trovare il perdono dentro di sé per non continuare a portarne il peso. È quello che provo a fare anch’io: non voglio vivere coltivando vendetta e rabbia».

Ha incrociato e condiviso la prigionia con altri ostaggi. Che cosa hanno rappresentato allora? E oggi?

«Con Noga Weiss, che aveva 18 anni, avevamo una regola: se una mattina una di noi non aveva più forza, l’altra doveva averne per entrambe. Ci siamo sostenute a vicenda, giorno dopo giorno. Il legame è rimasto ancora oggi. Con gli altri ostaggi spesso non servono parole: basta uno sguardo per capire cosa sta succedendo all’altro. È come se avessimo imparato un linguaggio segreto e solo nostro, fatto di minuscoli gesti».

Lei ha vissuto in prima persona il collasso della sicurezza israeliana il 7 ottobre. Che cosa significherebbe per lei una commissione statale d’inchiesta?

«La responsabilità comincia dalla verità. Voglio che la verità emerga, anche perché il mondo deve conoscerla. Ma non voglio consumare le mie energie nella ricerca dei colpevoli».

Alla vigilia delle prime elezioni dopo il 7 ottobre, pensa che gli israeliani sceglieranno l’umanità o la paura?

«Per me la paura è una forza enorme, mi fa concentrare e prendere decisioni. Ma non voglio rinunciare all’umanità. Non sono una politica e non dirò agli altri come votare. So però che voglio vivere in un Paese libero e in pace. Israele ha già dimostrato di saper convivere con opinioni molto diverse. Durante la battaglia per gli ostaggi c’erano manifestazioni contro il governo e manifestazioni per la loro liberazione, e questo non ha cancellato il rispetto reciproco. È una delle cose che mi rendono orgogliosa di essere israeliana. Alla fine, più che scegliere tra paura e umanità, voglio che il mio Paese scelga la pace».

Lei riesce a tenere insieme cose che per molti sembrano incompatibili: il 7 ottobre e la sofferenza dei civili di Gaza. Perché è così difficile accettare entrambe?

«Mi dispiace che si senta ancora il bisogno di usare una tragedia per cancellarne un’altra. Sono sciagure entrambe. Non esiste una sola verità. Non sappiamo quanti civili a Gaza vengano usati come scudi umani, né quanti non vogliano avere nulla a che fare con questa guerra e non possano dirlo. Se avessi potuto aiutarli mentre ero in ostaggio l’avrei fatto ma la compassione non significa assolvere un terrorista».

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