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Orfani del campione stamattina siamo tutti più tristi

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Si può dire che era nell’aria? Sì, si può dire. I continui rinvii lo facevano pensare. Si può dire che sia una decisione più che legittima? Ovvio che si può dire, non si mette certo a rischio una carriera per affrettare i tempi di una guarigione. Si può dire che pur nella gravità non è di sicuro la notizia più terribile di quel campo di battaglia che sono diventati i giornali di questi tempi? Sì, purtroppo si può dire; ci collochiamo nel luccicante mondo dell’effimero, e in tutto il mondo c’è tanta gente che affronta ben altre tragedie.

Ma si può anche dire che siamo in tanti, tantissimi che stamattina ci siamo alzati nettamente più tristi, e con un luogo mentale in meno in cui rifugiarci proprio per sfuggire ai brutti pensieri. Perché dover immaginare lo splendido, sfidante e magnifico finale di stagione che il tennis moderno ha sceneggiato senza il nostro grandissimo Campione porta nel cuore degli appassionati italiani un velo scuro di luttuosa malinconia.

Alle difficoltà di vederlo in Davis ci eravamo abituati, chinando il capo alle necessità fisiche di un calendario folle e lesivo; la squadra più forte del mondo, che deve fare a meno di un capitano in campo che non molla mai e che lascia le briciole a qualsiasi avversario, ma che resta comunque forte. In un certo senso anche più interessante e divertente da guardare, più “umana” e con maggiore spazio ai ragazzi normalmente fuori dalla luce dei riflettori. Ma le Finals no, quelle proprio non le sappiamo pensare senza di lui.

Le nostre Finals. I giorni in cui Torino diventa la capitale del mondo sportivo, la gara senza appello, quella in cui si scontrano in duello i pistoleri più freddi e precisi del mondo. Le nostre Finals, quelle in cui ci ritroviamo dietro la bandiera, come forse solo nelle partite decisive della nazionale di calcio, sulle piste e nelle piscine a cinque cerchi, sul circuito di Monza; le Finals che beviamo in un lungo sorso appassionato, scambio dopo scambio, anche chi non ha mai preso in mano una racchetta a disquisire di tweener o di lob, di lungolinea o di velocità della seconda di servizio.

Orfani del nostro Campione, per le Finals. È questa la botta, il colpo che ci ha messi a terra. La più seria tra le notizie meno tragiche della settimana.

E subito dopo la cocente, egoistica delusione, prima ancora dell’insorgere dell’assoluta fiducia in Jannik e nel suo staff per rivederlo prestissimo e più forte di prima, ci sono venuti in mente gli altri. Carlos, appena rientrato dopo una lunga lotta col polso, non esattamente un dettaglio per un tennista; Jack Draper, fuori da un anno, fermato proprio nel momento in cui il suo talento gli stava regalando il giusto palcoscenico; e Rune, undici mesi di assenza per la rottura del tendine d’Achille, il pettorale di Dimitrov, il ginocchio di Hurkacz, il nostro sfortunatissimo Matteo Berrettini, e Lorenzo Musetti. Tanti, troppi. E troppo gravi.

L’impressione, estendendo il discorso anche agli altri sport, è che non ci sia più proporzione tra il livello della performance al quale è diventato necessario accedere per competere ai massimi livelli e la resistenza massima alla quale un corpo (pur sempre) umano viene sottoposto. Sembra cioè che lo sport, che da tempo non è più sport nella vecchia accezione del termine né tantomeno gioco, sia uno spettacolo da gettare in pasto a un pubblico–mostro, sempre più famelico e disposto a pagare prezzi altissimi. Biglietti dal costo esorbitante, abbonamenti televisivi carissimi, sponsor esigenti e bulimici, tutto sempre più veloce, più alto e più forte, senza tener conto dei limiti oggettivi del fisico e della mente di un ragazzo di poco più di vent’anni.

Certo, parliamo di privilegiati; di persone e di famiglie intere che non hanno i problemi che abbiamo tutti noi, alle prese con la vita normale di tutti i giorni. Ma non per questo devono essere stritolati, spezzati, esauriti e divorati sull’altare della nostra passione.

Quindi, ci dispiace di non avere la nostra Carota per alzare di nuovo la coppa delle Finals? Certo che sì, ci dispiace tantissimo; e speriamo ce la faccia Flavio Cobolli a infilarsi nel numero, superando il momentaccio. Ma non ci dispiace abbastanza da non essere felici che Jannik si prenda il tempo che ci vuole, per rimettersi alla grande. E che nel frattempo se può si diverta, facendo le cose che fanno i ragazzi della sua età.

Per sorridere, e per fare sorridere noi. Dio sa se ne abbiamo bisogno

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