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L’arma letale nelle mani di Meloni

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Sarebbe tecnicamente possibile, a commento della giornata, citare le parole che pronunciò, con tono indignato, proprio Giorgia Meloni qualche anno fa: «È scandaloso che le regole del gioco vegano decise con la fiducia, ci appelliamo a Mattarella». E, volendo, si potrebbe citare anche il seguito del ragionamento: «Ma se questi partiti non si fidano dei propri parlamentari, poi con che faccia chiedono i voti agli italiani». Ipsa dixit.

Correva l’anno 2017 e, allora, fu il centrosinistra a perdere l’innocenza, imponendo a forza una legge elettorale, per ben due volte, prima il cosiddetto Italicum, poi il cosiddetto Rosatellum. Il copione si ripete nove anni dopo, a parti invertite. Metodo e logica sono l’opposto di ciò che dovrebbe accadere in un paese normale, dove le regole del gioco si disegnano assieme, sulla base dell’interesse del paese, non come un abito sartoriale, dopo aver visto l’ultimo sondaggio. La fiducia, su provvedimenti del genere, è al tempo stesso un atto di arroganza verso il Parlamento e, a dispetto al termine, una manifestazione di conclamata sfiducia verso la propria maggioranza, di cui si teme tenuta e fedeltà.

[[(gele.Finegil.Image2014v1) Ascoli Piceno, Giorgia Meloni ad Ascoli Piceno per la presentazione di Palazzo Saladini Pilastri
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Ieri non è nata la Terza Repubblica, come ha pomposamente annunciato Giovanni Donzelli, facendo le veci di Giorgia Meloni, forse non casualmente assente dall’Aula, quasi a mettere una distanza fisica rispetto all’ennesimo atto che rompe il racconto di una sua “diversità” rispetto a chi c’era prima. Non c’è nulla di più antico di un potere impegnato nell’estrema autoconservazione di sé, mentre il paese ha ben altre priorità e inquietudini perché bollette e pieni di benzina non si pagano con la moneta dello Stabilicum. Saremmo alla sesta Repubblica se il criterio fondativo fossero le leggi elettorali, facendo il conto di quante ne sono cambiate negli ultimi trent’anni. Esclusa quella che portò il nome dell’attuale capo dello Stato, basata sui collegi, le altre sono tutte operazioni discutibili, che hanno contribuito, e non poco, alla deriva oligarchica della democrazia italiana e alla disaffezione.

Ieri, semplicemente, Giorgia Meloni, in difficoltà nel paese reale e con scarsi risultati da spendere, si è dotata di una formidabile arma politica. Potenzialmente letale per gli avversari, e questo ne spiega l’urgenza. L’indicazione del candidato premier, con ogni evidenza è condizione che già sta facendo impazzire la maionese del centrosinistra, perso nel suo mondo a parte tra sedute spiritiche sui Papi stranieri e dibattiti esoterici sulle primarie. È una lama sul punto di più acuta fragilità di un’alternativa che, finora, è tale in quanto “contro”, ma non “per” come assetto, programma e leadership. Su questi presupposti, magari si scioglierà il nodo primarie, ma non è detto che funzioni. Detta in altri termini: è così sicuro che, se vince Elly Schlein, i Cinque stelle la voteranno alle secondarie, e viceversa?

Ecco, mentre i nostri eroi saranno occupati nello spettacolo masochistico di una competizione intra-moenia «testardamente dis-unitaria» – cosa c’è di più divisivo di una competizione interna su «chi guida?» – Giorgia Meloni si godrà l’altrui confusione vantando la risorsa della sua leadership. Può piacere o no, ma è una certezza di fronte all’incertezza.

Se il racconto leaderistico è assicurato, non è invece affatto una certezza che la riforma funzionerà in relazione agli obiettivi fissati. Varata quando ancora non c’era Vannacci, per impedire pareggio e “inciuci”, ora potrebbe produrre entrambi. Se nessuno dei poli raggiunge il 42 per cento, scatta il proporzionale puro, la grande palude dell’ingovernabilità e degli accrocchi post voto. Sarebbe un caso di scuola di eterogenesi dei fini, non a costo zero in un momento in cui c’è bisogno di stabilità per affrontare i marosi della crisi economica. Accade spesso quando si scinde l’interesse di parte dall’interesse del paese, facendo prevalere il primo.

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