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La politica spiegata agli under 30 e la recita di tutti i leader: “Ora tocca a voi, rottamateci”

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Paternalisti consapevoli, quindi pentiti. Rottamatori ormai da rottamare, persino disponibili al ricambio. In teoria, naturalmente. Pacatamente. Purché il Paese lo voglia e sia pronto, ma neanche troppo. Purché i sostituti siano abbastanza coraggiosi e audaci e solerti e insistenti da farsi avanti, senza chiedere il permesso. «Non aspettate il vostro turno: prendetevelo!», hanno detto ieri tutti ma proprio tutti i big della politica italiana (quelli presenti, e cioè Bonelli, Salvini, Tajani, Calenda, Schlein e Conte – era atteso anche Renzi, ma ha dato forfait – più il sindaco Gualtieri, l’assessore Onorato, il presidente Rocca), una convergenza irripetibile, una larghissima intesa da sogno. Perché era d’obbligo, e più ancora era intelligente mostrarsi ragionevoli, capaci, civili, virtuosi, democratici, davanti a una platea di nuove proposte. Sessanta, per la precisione. 60 under 30, che poi è anche il titolo dell’evento che li ha messi gli uni davanti agli altri, ieri, a Roma, alla Link University, un campus privato per danarosissimi, che sognano di fare gli altissimi funzionari, una Luiss meno prestigiosa ma più ammanicata, più laccata, più democristiana, l’unico ateneo d’Italia e forse del mondo con i bagni senza neppure una scritta, un ti amo, un tvb, tutto lindo come in una spa, e la mensa dentro a un bar che non è un bar ma un Art Cafè e i corridoi con i phon a disposizione per chi volesse asciugarsi dalla pioggia.

In questo posto irreale e bellissimo, una Roma ovest per gente di Roma Nord (e qualche calabrese), 60 ragazzi con meno di trent’anni hanno ricevuto il Premio per “i ragazzi che stanno cambiando il Paese”. Più precisamente, sono stati premiati ragazzi che si sono distinti nella politica: quasi tutti amministratori, qualche attivista, qualche rappresentante delle giovanili dei principali partiti italiani.

Gran maestro di cerimonie, Federico Lobuono, un under trenta come loro, e direttore della rivista Rinascita, il mensile del Pci fondato da Togliatti nel ’44 e resuscitato qualche mese fa da Goffredo Bettini, che del Campo Largo, così come del Pd, è l’eminenza detonatrice. «Siamo una generazione che crede nella politica e nelle possibilità inespresse. E oggi abbiamo creato qui il campo larghissimo», ha detto Lobuono, che è già anchorman scafato e bettinista di talento (quale altro ventenne italiano è in grado di radunare nello stesso pomeriggio due ministri della Repubblica, la segretaria del Partito d’opposizione, un sindaco, un assessore e un presidente di regione?). In verità, il campo più che largo era lungo, e i campeggianti assai distanziati: dalle 14 alle 20, sono saliti sul palco 60 ragazzi che, uno alla volta, si sono presentati e hanno detto la loro proposta per il Paese, intervallati dai big, che non sono mai saliti sul palco insieme, ma uno alla volta, uno all’ora, più o meno, senza incontrarsi mai. Ognuno col suo viaggio, ognuno diverso, ognuno col suo bel vocale lungo declamato a platea aperta, gioiosa, attenta (neanche un fischio, quelle sono cosacce che fanno i francesi o gli statali). E del resto questo sono le nostre comunicazioni, i nostri confronti: brevi monologhi che ci consegniamo a vicenda, non tanto per chiedere e meno che mai per rispondere quanto piuttosto per dire la nostra.

E così alla Link University è andata in scena una anomala puntata di campagna elettorale, in cui tutti sono stati chiamati a dire cosa pensano dei giovani, e nessuno si è fatto trovare impreparato, nessuno è stato cringe, nessuno ha fatto promesse, nessuno ha fatto l’amicone, teso la mano, detto parole in inglese: tutti hanno soprattutto incitato all’azione. «Voi non potete permettervi il cinismo, inteso come disimpegno morale. Il gesto più rivoluzionario che potete fare è costruire il vostro presente rimboccandovi le maniche», ha detto Giuseppe Conte, applaudito meno di Elly Schlein, che lo ha preceduto, che gli si è seduta di fianco, in prima fila, vestita con un completo verde tricolore e una maglietta bianca, e che ha anche lei detto che la politica italiana è stata troppo paternalista e che «Prendetevi il vostro posto da soli perché avete tutto il diritto di cambiare il mondo, e noi apriremo le nostre porte per farvelo fare con noi».

Non ha promesso che farà di tutto per evitare che ad altri ragazzi si sentano chiedere di chi sono figli, come capitò a lei la prima volta che entrò in una sezione di partito: come tutti, ha dato ai ragazzi il compito di cambiare le cose. E tanto i ragazzi, tutti, hanno parlato delle responsabilità che si sentono di avere e dei ruoli che vogliono onorare: ridare vitalità alla politica, completare il sogno europeo realizzando gli Stati Uniti d’Europa, studiare, «conoscere per deliberare» (sì, hanno citato Luigi Einaudi, e anche Pasolini, Simone Weil e Sandro Pertini).

Li ha richiamati al dovere di farsi carico del proprio futuro anche Tajani, anche lui dopo aver ammesso il paternalismo degli adulti, e nello specifico dei politici maturi, verso i ragazzi. Ha detto: «Siate paladini di diritti, ma ricordatevi che anche avere doveri è un diritto». Poi, siccome è Tajani, ha detto che «In fondo, essere giovani è una condizione dell’anima».

Carlo Calenda ha sottolineato che Azione è il solo partito che non ha giovanili, perché «sono acquari per pesci rossi. A 18 anni siete cittadini, e io voglio che nel mio partito anche un diciottenne possa darmi filo da torcere e competere con me come chiunque altro». Ha detto: siate come gli ucraini che nel 2014 fecero le proteste di Maidan.

Assai più prolissi e novecenteschi, invece, Bonelli e Salvini, che si sono vantati di chi sono, cosa pensano e cosa fanno. Salvini, inorgoglito dall’aver varato un bonus per padri separati in difficoltà, ha detto che avrebbe dormito con il pensiero di essersi guadagnato il suo mestiere. Prima e dopo di lui, due ragazzi delle giovanili della Lega, hanno detto che sui giovani di destra grava uno stigma ideologico che sono stanchi di sopportare.

Non è più tempo di Rinascita e nemmeno di Frattocchie: i leader sanno di non avere niente da insegnare, che le scuole politiche i ragazzi se le fanno da soli, e non sarebbe una cattiva notizia se davvero da domani fossero disposti ad aprire le porte per farli entrare dove si comanda. Naturalmente, non lo sono.

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