Home Business Amori da spiare, avventure rocambolesche: al Regio tornano le emozioni del Verismo

Amori da spiare, avventure rocambolesche: al Regio tornano le emozioni del Verismo

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Anticipazione del neorealismo cinematografico, e proprio negli anni in cui il cinema lo si inventava, oppure direttamente degli attuali reality show dove non si sa bene dove inizi la fiction e finisca la realtà (e viceversa)? Rieccolo: dopo anni di barocco e Rossini, un’ondata di verismo operistico, genere che si credeva consegnato agli archivi del repertorio e che improvvisamente torna a far cantare di sé. Provvede il Regio di Torino che, dopo la Manon una e trina (Auber, Massenet, Puccini) di due stagioni fa, recidiva con un’inaugurazione tripla: il dittico Cavalleria rusticana e Pagliacci apre giovedì, seguono il 27 ottobre un altro Leoncavallo, La bohème e il 5 novembre il secondo Mascagni, Iris. Nella maliziosa scelta dei titoli, ogni riferimento a Puccini è puramente voluto. Iris precede Butterfly come opera giapponese, protagonista una sfortunata geisha. Quanto a Bohème, non c’è nemmeno bisogno di spiegare perché il Puccio incombe. La decisione sua e del “Leonasino” di scrivere sullo stesso soggetto scatenò perfino una polemica a mezzo stampa: «Egli musichi, io musicherò. Il pubblico giudicherà», scrisse Puccini il 24 marzo 1893 sul Corriere della sera, e in effetti sul verdetto del pubblico, per sfortuna di Leoncavallo, non ci furono mai dubbi. Per il teatrone torinese, si tratta di uno sforzo produttivo immane: 22 recite in cinque settimane, 120 artisti, 761 costumi, 100 professori d’orchestra, 95 tecnici, 14 camion per trasportare le scene. Dirige tutto Andrea “Stakanov” Battistoni, i registi Daniele Menghini per i due Mascagni e Francesco Micheli per il doppio Leoncavallo sono garanzie di spettacoli non banali.

In ogni caso, è una ghiotta occasione per fare il punto sul “verismo” italiano, virgolette obbligatorie perché è uno dei termini più ambigui e pericolosi della storia dell’opera, dove a lungo è stato catalogato anche chi “verista” non era, come Puccini. “Verista” è, sicuramente, il dittico Cav&Pag. Nel 1890, Cavalleria uscì dalla testa di un Mascagni ventiseienne direttore di banda a Cerignola già armata di tutto punto, come Atena dalla cervice di Giove. Pareva che il mondo non aspettasse altro che questa combinazione semplice ma irresistibile di deep Sicilia tutta coppole e carretti, fichi d’india e processioni, dove un’umanità basica e ancestrale regola le proprie questioni di corna a coltellate. Due anni dopo, con Pagliacci, altra opera “da coltello”, Leoncavallo, forse meno efficace ma più intellettuale, dà al verismo operistico perfino un inquadramento teorico, con il celebre Prologo, condito da una spruzzata di teatro nel teatro. Da quasi subito, iniziò il Met di New York nel ’93, i due titoli viaggiano sempre in coppia, anche grazie al fatto che sono due opere corte che “fanno serata” insieme (anche se ultimamente Pagliacci si vedono spesso da soli, così gli spettatori non si affaticano troppo e i teatri risparmiano). Però con Iris è già tutta un’altra cosa. Mascagni cercò sempre ma invano di replicare il successo planetario di Cavalleria cambiando continuamente di poetica. Per l’opera giapponese su un libretto di Luigi Illica, quindi pieno dei suoi micidiali “illicasillabi”, sceglie la strada dell’esotismo simbolista. Per dire: la romanza più famosa, l’“aria della piovra” della sventurata e non proprio sveglissima Iris, si ispira a una celebre stampa erotica di Hokusai che raffigura un amplesso fra una donna e due polpi (e Illica: «Quella piovra è il piacere… quella piovra è la morte!»). Dal punto di vista drammaturgico, insomma, Iris non sta troppo in piedi; da quello musicale, non manca di interesse, anche se l’unico brano abbonato a una certa brada popolarità, per lo più calcistica o politica, è il famigerato “Inno del sole”, di una melodiosità mascagnana doc. Il principale problema della Bohème versione Leoncavallo è invece che esiste quella di Puccini. Il Ruggiero è molto più fedele a Murger (c’è anche l’atto con la festa in cortile di Musetta sfrattata, quello che Puccini fece scrivere ai suoi librettisti per poi decidere di non musicarlo), più leggero, più volage, forse anche più cinico, certamente più “autentico”: si sente che era stato a Parigi e che scriveva anche operette. Gli artisti ancora postadolescenziali ma almeno non bamboccioni sono ritratti con un’indiscutibile verità. Come dice giustamente il regista Micheli: «È come un Friends ante litteram». Rispetto a Puccini, la vera coppia protagonista è quella Marcello-Musetta e i due uomini si scambiano le voci: in Leoncavallo, Rodolfo è baritono e Marcello tenore. Sua l’unica romanza di – relativa – popolarità: “Testa adorata”.

Verismo o non verismo, resta da capire come utilizzare oggi queste opere che appaiono invecchiate, e forse lo sono davvero. Perché un conto è andare a scoprire quel che piaceva tanto ai nonni e a noi magari meno, consapevoli però che tutto prima o poi torna, dai pantaloni a zampa d’elefante ai generali in politica; un altro, cercare di capire cosa di quel passato può ancora interessare il nostro presente. Cav&Pag è, se volete, l’anticipazione dell’attuale guardonismo televisivo della cronaca nera o rosa (meglio se mischiate): che diletti quei delitti d’onore, e senza nemmeno dover aspettare i Ris e le perizie contrapposte, tanto è evidente a tutti quel che è successo. Sono tranche de vie cotte e musicate, in fin dei conti anche nell’altra Bohème che ha un’immediatezza da presa diretta, mentre in Iris, alla fine, come gli succedeva spesso, Mascagni sembra vittima delle sue stesse ambizioni (un’idea per il Regio, però: riesumate Isabeau che, al netto della necessità di far cavalcare nuda la primadonna e trovare il tenore, è una partitura intrigante). Ma, a modestissimo parere di chi scrive, di queste opere sedicenti “veriste” non è tanto interessante cosa raccontano, ma come. Sono spicce e veloci come un videoclip, dritte al punto, quasi aforistiche nelle loro carneficine terminali: «Hanno ammazzato compare Turiddu!», e stop. È il loro ritmo drammaturgico forsennato, senza digressioni né introspezioni, a risultare la cifra di una loro eventuale modernità. L’unica ragione, forse, per cui dovrebbero ancora interessarci.

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