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Welfare tradito, così cresce la rabbia che alimenta il nazionalismo

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Quando, nel novembre del 1941, il laburista Arthur Greenwood, ministro del governo di guerra presieduto da Winston Churchill, affidò all’economista William Beveridge l’incarico di ridisegnare il sistema sociale britannico, Londra era sotto le bombe e il futuro del Paese sembrava non dare speranze. Eppure, proprio in quell’ora drammatica, nacque l’idea forse più audace del Novecento: un piano organico per sradicare i «cinque giganti cattivi» – bisogno, malattia, ignoranza, squallore abitativo e disoccupazione – che affliggevano la popolazione.

L’obiettivo non era soltanto la creazione di un sistema di assicurazione sociale, in grado di «indennizzare» i soggetti colpiti da eventi negativi, ma piuttosto la realizzazione di un welfare universale su cui fondare la piena applicazione dei diritti sociali: dalla scuola alla salute, dal lavoro ad abitazioni salubri e dignitose. Un’architettura ambiziosa per promuovere una maggiore uguaglianza delle opportunità e proteggere gli individui «dalla culla alla tomba». A essa quale si ispirarono tutti i sistemi di protezione sociale dell’Europa (e non solo), al fine di coniugare la libertà e l’efficienza dell’economia di mercato con un ideale di giustizia sociale.

Ottant’anni dopo, le immagini delle piazze di Francia e Spagna in fiamme e l’avanzata elettorale di forze di destra estrema in Germania e altrove ci restituiscono la fotografia di un continente smarrito, quasi capovolto rispetto a quell’ideale. La rabbia che pervade le democrazie occidentali non sembra una fiammata d’ira estemporanea, ma il sintomo visibile di promesse infrante: l’inaridimento strutturale del Welfare State, la sottrazione di opportunità a molti, la concentrazione di ricchezza e potere tra pochi – che quell’ideale, peraltro, non hanno mai veramente condiviso.

Il patto sociale e intergenerazionale che legava lo sviluppo economico alla solidarietà e a una maggiore uguaglianza si è progressivamente sgretolato, lasciando spazio a rivalità tra ultimi e penultimi per la conquista di poche risorse nel bilancio pubblico, spesso limitate a bonus di breve termine.

Per decifrare questa frattura, è anzitutto necessario smontare un luogo comune: la crisi del welfare non è una crisi di pura contrazione quantitativa delle risorse. In Europa, così come in Italia, la spesa sociale complessiva (protezione, scuola e sanità) si mantiene storicamente alta attorno a un terzo del Pil. Lo Stato, dunque, non spende meno che in passato; spende in modo strutturalmente diverso, avendo tradito la logica delle opportunità per ripiegare su quella passiva dell’indennizzo, dei bonus, dell’uscita precoce dalla vita attiva, delle “garanzie” politiche affidate a bilanci futuri, ossia al debito pubblico. L’Italia, in particolare, ha trasformato il sistema di protezione in un grande ammortizzatore della vecchiaia (circa la metà dell’intera spesa per prestazioni sociali è oggi assorbito dalla voce pensioni), ritenendo che si potessero mantenere regole generose anche in contesti di strutturale debolezza economica e di crescente penuria di giovani, sempre meno numerosi; d’altronde, chi sente di pianificare figli in un mondo di precarietà, di fragilità e di conflitti crescenti?

Abbiamo trascurato i pilastri su cui Beveridge intendeva fondare l’autonomia e la mobilità sociale delle nuove generazioni: l’istruzione e la scuola non funzionano più da “ascensore sociale”, perché quello dei ricchi sale più rapidamente e le distanze aumentano; il lavoro che non consente più di formulare piani di vita; la casa che, inarrivabile, riduce la mobilità, la famiglia, l’infanzia e la genitorialità che restano marginalizzate in una nicchia di risorse mai prioritarie e facilmente sacrificabili (com’è accaduto da noi con il Pnrr per gli asili nido). Anche la sanità si trova spesso a dover convertire la propria missione da presidio universale di prevenzione e cura per tutte le età a servizio gravato dalla gestione terapeutica delle cronicità di una popolazione sempre più anziana.

Questa mutazione del welfare non è il frutto ineluttabile di fatalità economiche, bensì l’effetto di un profondo slittamento nei valori collettivi e nei rapporti di potere. Negli ultimi decenni, sotto la spinta della globalizzazione e di una deregolamentazione spesso senza scrupoli, lo Stato sociale è stato ideologicamente ridefinito: non più il collante democratico della cittadinanza, ma quasi zavorra inefficiente che ostacola la competitività nei mercati globali. Si è imposta la retorica del merito e della responsabilità individuale, ignorando la disparità di opportunità materiali e di ascesa sociale.

In questo scenario, il caso di Christa Pike assurge a crudele metafora sociale. La vicenda della detenuta americana, sopravvissuta per un “disguido” a due consecutive iniezioni letali di una fallimentare esecuzione in Tennessee, diventa l’emblema di un sistema che ha smesso di proteggere la vita nelle sue fragilità per ridursi a fredda e punitiva amministrazione di condanne.

I nodi della storia, tuttavia, vengono, prima o poi, sempre al pettine. Quando la crescita economica si dissocia dagli ideali di solidarietà e di diffusione del benessere, affidandosi all’egoismo competitivo e al dominio oligarchico dei ricchi e potenti, il corpo sociale si indebolisce, si ribella e anche la crescita economica ne risente. È in questa faglia tra la promessa democratica e la realtà dell’abbandono che si inserisce il corto circuito odierno. Le rivolte francesi e spagnole non sono espressioni di un vuoto nichilismo, ma la reazione all’evaporazione dello Stato sociale come generatore di futuro.

È proprio in questo vuoto di prospettive di miglioramento per tanti che prosperano e mettono radici i populismi e i nazionalismi, abili a capitalizzare la rabbia di chi si scopre escluso e privo di chances. Senza un’inversione di rotta che rimetta al centro il futuro dei giovani, la difesa delle istituzioni democratiche rischia di diventare una battaglia puramente formale, com’è cambiare la legge elettorale giusto prima di un voto popolare.

L’eredità di Beveridge, e dei tanti che vi hanno visto un fondamento irrinunciabile di democrazia, non era una concessione benevola, ma il requisito necessario per la libertà e una pace sociale poggiante sulla «prosperità condivisa», secondo la felice espressione di Carofiglio in un recente articolo su questo giornale. Dimenticarlo significa rassegnarsi a un’Europa instabile e incattivita.

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