È ormai chiaro che Cesc Fabregas si diverte a strapazzare i codici del nostro calcio e ha sviluppato un raffinatissimo sistema comunicativo che stavolta urta la nazionale. Spesso finisce che pur di dargli torto ci si sforza di essere migliori.
Vediamo se anche la nazionale potrà sfruttare l’effetto Fabregas, il fastidio che si scatena quando lui punta il ditino e lo lascia lì sospeso, in un gesto tanto stucchevole da costringere chi se lo trova contro a farglielo abbassare. Kean salta Como-Roma e il tecnico protesta, l’azzurro glielo ha restituito ammaccato: «Ha preso una botta e come dimostrano gli esami ci ha giocato sopra. Ci vorrebbe comunicazione tra club e nazionale». La risposta arriva, piccata. Più che contraddire il problema la Federazione spiega che lo staff medico interagisce con le società «prima, durante e dopo le trasferte».
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Se Kean sia davvero stato schierato malconcio non si capisce, si nota però che di solito lamenti simili escono generici mentre Fabregas cita analisi, denuncia mancanze. Lo ha già fatto su altre questioni. Stesso schema con il carico sulla seccatura: per gli italiani da crescere perché non se ne possono pescare pronti in giro, per l’età media troppa alta che determina gli approcci di gioco, per il sistema che tratta il Como da alieno e lo sminuisce. Poi ci sono le provocazioni evidenti quando finge che i soldi, sempre ben investiti, della proprietà del Como non siano fondamentali. Gasperini gli ha dato del furbo, non direttamente, ha definito «furbate» certe interpretazioni della sua squadra. Fabregas si indispettisce, però rilancia poco e una volta innescata la reazione, di media, arretra. Fa i complimenti ad Allegri dopo le spallate verbali, applaude la carriera di Gasperini come se non ci fossero mai state scaramucce, promuove la serie A di cui continua a sottolineare i difetti. Elogerà anche Mancini, ma intanto ha urtato una sensibilità con un comportamento alternativo, soprattutto con un linguaggio diretto che costringe gli altri a uscire allo scoperto. Pure se poi piazza il beffardo sorriso risolutivo: «A volte mi faccio prendere dalle emozioni, sono ancora giovane». E sappiamo benissimo che il suo essere under 40 lo fa sentire portatore del calcio che sarà. Può persino avere ragione.
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Nel corto circuito viene spontaneo chiedersi se la maxi sosta aiuta a costruire una nazionale o spreme i convocati. Si va verso la prima opzione, solo che il cambiamento non è mai automatico. Nel welfare circolare a cui dovrebbe ambire il nostro calcio, l’azzurro chiede partecipazione e disponibilità ai club e restituisce rigenerazione, entusiasmo, base, opzioni, livello. La ruota ha appena ripreso a girare, non si muove fluida come potrebbe e Fabregas blocca l’ingranaggio. Magari gli dà una spinta, verso un confronto più utile: pur di fargli tirare giù il ditino lo si chiama una volta in più.
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