Home Business Ecco la “nonna” delle Alpi: una scoperta geologica riscrive l’età delle montagne

Ecco la “nonna” delle Alpi: una scoperta geologica riscrive l’età delle montagne

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Due sassi – uno scuro, denso e magmatico, l’altro chiaro e granitico – che nulla avevano a che fare con gli altri che affioravano sulle pietraie del Pinerolese e della Val Chisone, nel cuore delle Alpi occidentali. Abbastanza per stimolare la curiosità dei ricercatori torinesi Rodolfo Carosi, ordinario di Geologia strutturale di UniTo e presidente della Società Geologica Italiana, il dottorando Francesco De Cesari e l’intero gruppo di ricerca di UniTo (Chiara Montomoli, Salvatore Iaccarino e Davide Dana). Infine una scoperta inaspettata che ridisegna la storia delle nostre montagne: la loro origine non risale a 300 milioni di anni fa, ma la loro età è raddoppiata a 530 milioni.

Le nonne delle Alpi

Carosi e De Cesari hanno così messo in discussione una lettura consolidata della storia geologica, anche alla luce dell’antica cartografia realizzata nel 1913. Più di un secolo fa, infatti, non si immaginava neppure che le nostre Alpi avessero delle “nonne” ben più antiche della Pangea, il grande supercontinente che si sarebbe formato molto più tardi. «Questi due reperti – conferma il professor Carosi – modificano le conoscenze sull’orogenesi del nostro territorio e sulla composizione del suo basamento. Le attuali Alpi risalgono “appena” a 40-50 milioni di anni fa, quando la placca europea e quella africana entrarono in collisione. Con i reperti precedentemente in nostro possesso, sapevamo dell’esistenza di una catena, chiamata “Varisica”, risalente al Paleozoico. Nel Pinerolese abbiamo fatto la conoscenza con una generazione ancora più antica, quella “Cadomiana”».

Per Francesco De Cesari, 28 anni, lucchese di nascita e torinese d’adozione, è un’emozione doppia: ricercatore all’ultimo anno di dottorato, ha scelto la geologia per la sua passione per la natura e le camminate in quota. «Mi ha sempre affascinato l’idea di capire come si fossero formati i panorami che osservavo già da bambino» confessa oggi. «Di fronte a quelle due pietre – aggiunge – abbiamo voluto vederci chiaro e a fondo. Per questo le abbiamo inviate al laboratorio di Berna, dove lavora un’altra studiosa di origine torinese, la dottoressa Daniela Rubatto, e grazie agli zirconi contenuti al loro interno abbiamo ricostruito il pezzo mancante della storia».

Un salto indietro di mezzo miliardo di anni

Un capitolo che ci riporta indietro di oltre mezzo miliardo di anni e ci obbliga a un non trascurabile esercizio di fantasia. Siamo all’inizio del Cambriano e sulla Terra non esistono forme di vita per come possiamo immaginarle. «Le testimonianze giunte fino a noi – chiarisce il presidente della Società Geologica Italiana – si limitano a fossili di organismi marini, alghe, pollini e altre forme di vita primitive. Per la comparsa dei dinosauri avremmo dovuto aspettare ancora circa 300 milioni di anni. I primi ominidi, invece, avrebbero fatto la loro comparsa oltre 520 milioni di anni dopo».

Cime tra 5 e 6 mila metri

In questo orizzonte desolato esisteva però una catena montuosa che aveva già le caratteristiche delle future Alpi. «Ipotizziamo fosse lunga migliaia di chilometri – conferma Francesco De Cesari – con cime più o meno paragonabili a quelle attuali, tra i 5 e i 6 mila metri. Ed è abbastanza un caso che questa scoperta sia avvenuta in Val Chisone, nell’area che ci era stata assegnata dall’Ispra per elaborare la nuova cartografia italiana. L’inizio di un percorso: ora dovremo studiare le caratteristiche di questa dorsale “Cadomiana”».


La scoperta torinese fatta in Val Chisone è stata presentata all’ultimo congresso della Società Geologica organizzato a Padova insieme con quella di Mineralogia e Petrologia e pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica internazionale Terra Nova. «Un risultato – conclude Carosi – che ci permette di ricostruire una parte ancora poco conosciuta della storia geologica delle Alpi occidentali e dell’antico continente Gondwana, precedente addirittura alla Pangea, al quale queste rocce appartenevano centinaia di milioni di anni prima dell’apertura dell’Oceano della Tetide Alpina e della definitiva formazione delle “nostre” Alpi».

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