Nel 2007, da capitano della sezione biologia del Ris di Parma, era il consulente tecnico della pm di Vigevano. Tuttora, in seguito agli accertamenti della procura di Pavia nell’ambito del fascicolo bis su Garlasco – che vuole accertare come all’epoca sono state condotte le indagini che hanno portato alla condanna definitiva di Alberto Stasi a 16 anni di carcere – e nonostante i malumori dell’Arma, il tenente colonnello Alberto Marino è ancora al comando di quella stessa sezione del Ris.
I punti da chiarire
E’ stato lui a effettuare 19 anni fa analisi e controanalisi sui pedali della bici dell’ex bocconiano alla ricerca del dna di Chiara Poggi, ma anche l’Obti test che ha negato la presenza del sangue della vittima rimasto segreto fino a oggi; a rilevare un dna maschile mai verbalizzato e approfondito su quella stessa bici; a disporre, infine, nel 2016, appena nominato comandante di sezione, la distruzione dei reperti del delitto, sei anni prima che si pronunciasse in tal senso la Corte d’Assise d’Appello.
L’apparizione in tv
Intervistato dallo Stato delle Cose su Rai3, il comandante Alberto Marino si è limitato a sostenere: «Mi piacerebbe molto poter parlare in aula» mentre «ai pm ho detto tutto quello che dovevo dire». I chiarimenti forniti al procuratore aggiunto Stefano Civardi e alle pm Giuliana Rizza e Valentina De Stefano, che lo hanno convocato il 10 settembre negli uffici del Comando provinciale dei carabinieri di Milano come persona informata sui fatti, si leggono in un verbale già a disposizione degli avvocati. Gli stessi magistrati, evidentemente, non li hanno ritenuti sufficienti se il giorno successivo hanno ordinato ai carabinieri del Nucleo investigativo di Milano di andare a Parma ad acquisire l’intero fascicolo in originale del Ris sul caso.
Garlasco, l’ex capitano del Ris Marino e le prove cancellate: “Voglio parlare”
I pm gli avevano chiesto conto delle due controanalisi negative effettuate il 20 settembre del 2007, il giorno dopo quelle ufficiali, sui pedali della bici di Stasi. Dei test emersi dai Raw data, cioè dai dati grezzi degli accertamenti effettuati nella macchina, che escludevano la presenza del dna della vittima, rilevata invece in precedenza. Gli esiti di quelle due verifiche, secondo la ricostruzione degli inquirenti ma anche della difesa di Stasi, gli avvocati Giada Bocellari e Antonio De Rensis, non sono mai state messe a disposizione dell’accusa e delle parti e quattro giorni dopo l’allora 24enne è finito per la prima volta in carcere. «Che senso ha fare la replica? Non so, probabilmente la voglia poi di approfondire, di consolidare il risultato», ha sostenuto Marino a verbale. «Sarà stato un tentativo di replicare al volo l’analisi che poi è venuta male e si è detto: “Vabbè, tanto il dato l’abbiamo già acquisito”» . Per poi difendersi: «Se avessimo voluto l’avremmo cancellato» fino a definire quelle contro analisi «uno sciocco eccesso di zelo». A cui però, dopo l’esito negativo, e quindi favorevole all’indagato, per la procura «inspiegabilmente» non è stato dato seguito: «Se non c’è nessun dato ci siamo fermati». Marino ha aggiunto che di ogni passaggio eseguito all’epoca avrebbe messo sempre al corrente Luciano Garofano, nel 2007 al comando del Ris. E che, nonostante operasse come consulente della pm Rosa Muscio, «i rapporti con lei li teneva il colonnello Garofano».
Le controanalis e l’Obti
Dal fascicolo in originale acquisito al Ris, però, sono emersi altri passaggi importanti dell’inchiesta, ora al vaglio della procura diretta da Fabio Napoleone che accusa del delitto Andrea Sempio, l’amico del fratello della vittima. Lo stesso giorno delle controanalisi negative che escludevano il dna di Chiara Poggi – è scritto in un appunto di laboratorio ma emerge anche dall’ascolto dell’ex collega Giorgio Portera – Marino ha eseguito l’Obti, cioè un test specifico che ha escluso il sangue della vittima su quei pedali. Non solo l’esito di quel test mai è stato reso noto in 19 anni né è stato comunicato alla pm Rosa Muscio, che quattro giorni dopo ha fermato Stasi per il presunto sangue della vittima sui pedali. Dopo il fermo, quando i consulenti della difesa hanno chiesto di effettuare quell’esame, Marino nel verbale delle operazioni peritali ha dichiarato ufficialmente che si sarebbe riservato di farlo senza mai sciogliere la riserva.
Il Dna maschile e la distruzione dei reperti
Dal fascicolo è emerso anche che il 26 settembre 2007 è stato prelevato sui pedali della stessa bici un campione di dna maschile – che quindi non poteva appartenere alla vittima – anche questo mai approfondito, messo a verbale, reso noto alla procura o alle parti, attribuito al suo proprietario e rimasto lettera morta per 19 anni. C’è poi il capitolo della distruzione dei reperti del caso, per cui la Corte d’Assise d’Appello ha dato il via libera nel 2022. Si è scoperto solo ora, da una nota interna dell’attuale comandante del Ris di Parma Matteo Donghi, che è stato proprio Marino, appena nominato alla guida della sezione biologia dello stesso reparto, a dare l’ordine di distruggerli sei anni prima, nel settembre del 2016. «Al fine di fornire compiuta risposta alle istanze formulate dalla difesa di Stasi, lo scrivente ha effettuato ricerche e approfondimenti al fine di stabilire la data in cui furono collettivamente smaltiti gli estratti del Dna già riposti nel freezer denominato “BioBank”», si legge nella nota di Doghi. «L’ordine di alienare gli eluiti fu emesso da Alberto Marino poco dopo l’assunzione del comando della Sezione Biologia». Uno «smaltimento collettivo» documentato anche da sette foto relative allo «spegnimento del freezer il giorno 15 settembre 2016» e alle «provette contenenti gli eluiti all’interno dei sacchi per lo smaltimento dei rifiuti speciali», è scritto nel documento.
Cosa può succedere
Tutti questi passaggi rimasti ignoti per anni sono ora al vaglio dei pm pavesi che vogliono accertare eventuali responsabilità di chi nel 2007, dopo il massacro di Chiara Poggi, ha condotto le indagini. Ma saranno anche al centro della richiesta di revisione del processo che ha portato alla condanna definitiva di Stasi che la difesa sta preparando, in attesa che anche la procura generale di Milano decida se prendere o meno l’iniziativa. Poi la parola passerà ai giudici della Corte d’Appello di Brescia mentre la famiglia di Chiara Poggi, tramite gli avvocati Gian Luigi Tizzoni e Francesco Compagna, ha già fatto sapere che si costituirà parte civile contro di lui e non nell’eventuale processo contro Sempio.
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