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Siniscalco: “La politica ascolti i giovani scesi in piazza”

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«A volte l’Europa appare come un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro. Ma è molto resiliente, attrae interessi ed è difficilissimo farne a meno. Io penso che abbia un futuro». Domenico Siniscalco, presidente della Fondazione Einaudi, già ministro dell’Economia, non si iscriverà mai al partito degli apocalittici. Il Vecchio Continente, ragiona, è ancora il miglior antidoto all’ascesa degli autocrati e di chi usa la forza: «Si tratta naturalmente di completare il disegno, un po’ come dice Draghi».

Presidente, da dove nasce il suo ottimismo?

«Per anni si è detto, e probabilmente a ragione, che la struttura di alcuni Paesi, tra cui la Germania e l’Italia, non si prestava a incorporare le grandi innovazioni perché ricche di piccole imprese. Oggi, con l’intelligenza artificiale, non è più così. L’IA è sviluppata fuori, non c’è dubbio, ma per adottarla non servono grandi dimensioni di impresa. E qui c’è la struttura adatta».

La Stampa in questi giorni ha ospitato un dibattito nato da una proposta dello scrittore Gianrico Carofiglio: per abbattere le disuguaglianze, sostiene, bisogna pensare a una tassazione progressiva dei grandi patrimoni. La leva fiscale è quella giusta?

«La progressività è sicuramente utile per riequilibrare, e la situazione attuale è difficilmente difendibile: quasi tutto il gettito viene dall’imposta sul reddito, pagata da poche persone. Però non penso neanche che sia la soluzione. In tutto il mondo le nuove tecnologie e la globalizzazione hanno un aspetto in comune: producono disuguaglianze, e i soldi si fanno con la ricchezza più che con il reddito. Mi sembra una tendenza difficile da fermare».

Si parla delle cosiddette Big Tech, le grandi multinazionali del digitale, come se fossero impossibili da regolare. Perché?

«Perché riescono a spostare formalmente la produzione di reddito nelle giurisdizioni fiscali in cui conviene di più, e ogni Paese, pur di attrarle, farebbe di tutto. In più sono potenti come Stati. Mi sembra difficile che un Parlamento o un governo metta in piedi misure capaci di contrastarle con successo».

I giovani, però, sono tornati in piazza, dalla Spagna alla Francia.

«Ma in Italia succede meno. E non è una prova di sopportazione o di rassegnazione: è il segno che qui il sistema è meno diseguale, meno contundente rispetto ad altri Paesi. Quindi è un sintomo positivo, non negativo. Detto questo, è chiaro che queste spinte vanno incanalate».

La Fondazione Einaudi, nel suo lavoro, dialoga con gli studenti delle scuole di tutto il Nord Italia. Che cosa emerge?

«I ragazzi interpretano l’Europa come un ecosistema: il benessere non può esistere nell’isolamento, ma solo nel legame con gli altri. È il benessere di ogni individuo dipende da quello degli altri. Da questo punto di vista gli studenti sono molto avanti. Ciò avrà indubbiamente un impatto, e non solo in Italia: credo che qualsiasi programma elettorale dovrà tenerne conto».

Che cosa dovrebbe proporre la politica ai più giovani?

«Innanzitutto servizi pubblici migliori: scuola, sanità, giustizia, difesa. È quello che lo Stato deve fare, mentre ha fatto tutt’altro. Diciamo che Adam Smith è sempre attuale».

Dove trova, oggi, tracce del pensiero di Luigi Einaudi?

«Se mi avesse fatto questa domanda tre anni fa, le avrei risposto: dappertutto. Adesso molto meno. Però direi che le ricette alternative, quelle basate sulla forza, sono già in buona parte sconfitte. Si vede che concludono poco. Pochissimo».

Qualcuno ha preferito dimenticare la sua lezione?

«Non voglio essere arrogante, ma secondo me la spiegazione è più semplicemente l’ignoranza. Non è che la gente abbia messo scientemente Einaudi nel dimenticatoio: è che non l’ha proprio letto. In questo senso ha un valore mantenere viva la tradizione intellettuale, come tentano di fare le nostre Fondazioni. Anche perché il pensiero umano e le società umane procedono per analogia e polarità».

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