L’informazione ufficiale, annunciata e attesa dai sindacati la scorsa settimana, è arrivata martedì 13 ottobre: è scattata la cassa integrazione ordinaria nei cantieri del Terzo valico.
Prima tranche di “cassa”
Per adesso sono interessati «solo» 300 lavoratori, quelli impiegati nei due cantieri dove si sta costruendo l’opera più importante di tutto la futura tratta ferroviaria ad alta velocità, il tunnel appenninico, cioè Radimero, ad Arquata, e Val Lemme, a Voltaggio. Sono note le enormi difficoltà incontrate nello scavo per la mancata previsione delle conformazione delle rocce e della grande presenza di gas. L’ammortizzatore sociale durerà 13 settimane. Sono tutti dipendenti della Seli Overseas, l’impresa romana che ha ottenuto l’appalto dal Cociv, ma si parla anche già di possibili esuberi tra le imprese sub appaltatrici.

Le richieste di Webuild
Tutto è nato dalla lettera che la scorsa estate Webuild avrebbe inviato al ministero delle Infrastrutture per chiedere ulteriori fondi per proseguire i lavori. Si è parlato di cifre enormi, tra 2,1 e 3 miliardi di euro, e Webuild avrebbe anche annunciato il rischio di possibili rallentamenti nei cantieri senza lo stanziamento di altri soldi pubblici. Una situazione che ora si sta verificando, come avevano previsto le voci diffuse nei cantieri.
Ieri i sindacati hanno reso noto il via agli ammortizzatori sociali, e non solo. «È arrivata la comunicazione della ditta Seli Overseas – dicono Paolo Tolu di Feneal Uil, Luca Lavezzaro di Filca Cisl e Paolo Conte di Fillea Cgil –, della cassa integrazione ordinaria per 13 settimane per 300 lavoratori occupati sui cantieri di Radimero e Val Lemme. Questa comunicazione si aggiunge allo spostamento su altri cantieri di diverse maestranze e alle prime comunicazioni formali e informali di esuberi di lavoratori di alcune imprese in subappalto che operavano regolarmente sui due cantieri». «Per noi – aggiungono i tre segretari provinciali – questa situazione è estremamente preoccupante e potrebbe avere forti ripercussioni occupazionali anche per la nostra provincia».
Rischio contagio in Liguria
Il timore dei rappresentanti dei lavoratori è che la cassa integrazione possa estendersi a tutti i cantieri del Valico, sia in Piemonte che in Liguria, coinvolgendo i circa 1.800 lavoratori, compreso l’indotto. Un colpo pesante per la provincia e in particolare per il Novese, dove in questi giorni si vivono già la crisi profonda dell’ex Ilva, a rischio stop dal prossimo mese, e le situazioni difficili di altre aziende. Secondo i sindacati, alla base della cassa integrazione c’è un presunto contenzioso economico tra il Cociv e Rfi, la società delle Ferrovie dello Stato che ha il ruolo di committente del Terzo valico: «Non è accettabile che a pagare il prezzo più pesante siano sempre i lavoratori. Per noi le priorità sono la salvaguardia dell’occupazione, del salario delle maestranze e della collettività». Sulla situazione nei cantieri interviene Alice Ravinale, consigliera regionale di Avs: «Con una nuova interrogazione di Marco Grimaldi abbiamo chiesto al ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, come intenda farsi carico della crisi occupazionale e porremo la stessa domanda al presidente della Regione Alberto Cirio. Non possono essere i lavoratori a pagare l’incapacità di programmare i lavori delle Grandi opere, che si confermano, anche nel caso del Terzo valico, un costo smisurato a danno della cittadinanza e dei territori». Il portavoce del viceministro delle Infrastrutture Edoardo Rixi fa sapere che a parlare devono essere Cociv e Rfi che però scelgono il silenzio, come il commissario Calogero Mauceri.
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