La novità è clamorosa e capovolge l’ipotesi, altrettanto improbabile, del suicidio, in base alla quale era stata chiesta l’archiviazione delle indagini sulla morte di Liliana Resinovich. La donna era stata ritrovata senza vita in un boschetto dei giardini dell’ex ospedale psichiatrico di Trieste il 5 gennaio del 2022. Sessantatré anni, era scomparsa misteriosamente tre settimane prima.
Ora, a quasi cinque anni di distanza, le perizie disposte dalla Gip di Trieste, Flavia Mangiante, aprono a scenari molto diversi: tracce di Dna appartenenti allo stesso individuo, al momento ignoto, sono state rilevate sui jeans di Liliana e su uno dei due sacchi della spazzatura in cui era avvolto il cadavere (quello che ricopriva i piedi della vittima). Altri residui di Dna, sempre maschile e anche in questo caso ignoto, sono stati trovati su borsetta, orologio e abiti della donna, oltre che sulla bottiglietta di plastica che aveva con sé e sull’altro sacco. Gli esiti degli esami saranno discussi in udienza il 30 ottobre.
Ma le novità non finiscono qui, perché i consulenti del giudice hanno anche accertato che sulle suole delle scarpe di Liliana non ci sono tracce del terreno del luogo dove venne trovato il corpo. Segno che dovrebbe esserci stato portato in un momento successivo alla sua morte, come sottolinea con grande sicurezza il legale del fratello della vittima Sergio Resinovich, l’avvocato Nicodemo Gentile: «Liliana è stata uccisa altrove e poi portata lì dove fu trovato il cadavere». Sulle suole sono invece presenti resti di zirconio, il che potrebbe far pensare al laboratorio dove Sebastiano Visintin, il marito di “Lilli” e anche l’unico indagato per omicidio nel quadro della nuova inchiesta, affilava i coltelli.
I periti mettono però l’accento sulla circostanza che il materiale raccolto «non fornisce alcun elemento a supporto di un contatto tra le scarpe della vittima e il laboratorio». C’è poi un altro elemento, ancora tutto da valutare: secondo la perizia c’è stato un «contatto diretto» fra il giubbotto indossato da Visintin il giorno della scomparsa e il giubbotto e la borsetta di Liliana.
Gli esperti hanno anche messo a confronto il cordino intorno al collo della vittima con i gomitoli e i pezzi di cordicella sequestrati a casa del marito, evidenziando che «non possono essere né confermati, né esclusi come compatibili». L’estremità del cordino, inoltre, mostra due tagli diversi, riconducibili l’uno a un paio di forbici e l’altro a una lama singola. Dallo spago che teneva insieme le chiavi della donna nella borsa, d’altra parte, sono stati estratti «due profili complessi» appartenenti a «un soggetto di sesso maschile ignoto».
Un’ulteriore traccia riferibile a un individuo maschio, sempre ignoto, è stata rinvenuta su una delle dodici formazioni pilifere rinvenute sugli oggetti di Liliana (le altre undici appartengono a lei).
Per il legale del fratello della vittima «non ci si aspettava, dopo sei anni, la pistola fumante da questa perizia», mentre attende «altri e imponenti elementi che parlano di omicidio e di possibili responsabilità». Le perizie comunque non coinvolgono l’unico indagato, Visintin: «La presenza di un Dna appartenente a un ignoto di sesso maschile dovrebbe portare a una svolta nell’indagine», commentano i suoi avvocati Alice e Paolo Bevilacqua.
Claudio Sterpin, l’uomo a cui Liliana era legata sentimentalmente (morto lo scorso febbraio) aveva chiamato in causa il marito come responsabile della scomparsa di “Lilli”. Accuse che Visintin ha respinto così: «Per me è una brutta esperienza, qualcosa che ti ferisce dentro, ma credo che dovrebbero indagare anche su amici, colleghi, parenti. Perché solo io?».
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