Le cose non vanno malissimo, e potrebbero andare molto peggio. Il rapporto d’autunno del Centro studi di Confindustria lo possiamo sintetizzare così: l’economia italiana quest’anno cresce ad un (visto il contesto) apprezzabile ritmo dell’un per cento, ma metà di quella crescita la dobbiamo ai molti miliardi del Recovery Plan europeo. Prova ne è il fatto che nel 2027, senza quei miliardi e lo stop alla guerra di Hormuz, di quell’un per cento resterà poco. Il presidente degli industriali Emanuele Orsini lo dice quasi tutti i giorni, e l’ha ripetuto anche ieri: «Il grande problema italiano era ed è l’energia. E il problema sono gli choc che possono ancora arrivare».
Partiamo da qui, perché l’ipotesi su cui si fonda lo scenario di previsione degli economisti che lo hanno redatto è ottimistico. Ovvero: dopo le elezioni di Midterm del 3 e 4 novembre, Donald Trump porrà fine alla guerra con Iran, e per questo da gennaio la situazione si dovrebbe normalizzare. Diversamente il blocco dei transiti delle petroliere (e non solo) dallo Stretto di Hormuz sarebbe sostenibile fino a maggio, fino al momento in cui sarà possibile sfruttare le riserve strategiche a disposizione nei grandi Paesi industrializzati. Dopo di allora sarebbe il disastro: diventerebbe difficile approvvigionarsi e i prezzi del petrolio andrebbero fuori controllo. Secondo i calcoli di Confindustria, se il barile del petrolio dovesse raggiungere i 127 dollari, l’Italia nel 2027 sarebbe a crescita zero.
Maggio è il mese più probabile delle nostre elezioni, e questo dice molto di quanto il contesto peserà sulla politica. Nel 2027 del Piano nazionale di ripresa e resilienza vedremo solo una piccola coda, mentre il rapporto ricorda quanto sta sostenendo la crescita del 2026: se il consuntivo sarà di un punto percentuale, metà sarà stato grazie ai miliardi dell’Europa. Confindustria prova a spiegare cosa ha funzionato e cosa no, sottolinea che molte risorse avrebbero potuto essere spese diversamente, ma al dunque conclude che ha fatto bene all’Italia. Vediamo quattro esempi.
IL CASO
Energia, l’Italia paga il 35% più della Germania. Metà del taglio di CO2 dalle fabbriche chiuse
I tempi di realizzazione di un’opera pubblica, che dalla progettazione al collaudo portavano via 38 mesi, sono scesi a 31; i tempi dei pagamenti della Pubblica amministrazione, fino a pochi anni fa biblici, sono passati da una media di 33 giorni a 27; la riduzione dei tempi di smaltimento dei procedimenti penali – il cosiddetto disposition time – sceso dal 31 per cento del 2019 a meno del 25; e infine gli arretrati dei procedimenti civili, che nel 2025 erano in calo del 28,8 per cento e ad aprile di quest’anno hanno raggiunto il 40 per cento, pur con un trucchetto (legittimato dai tecnici europei) per scorporare dal calcolo l’aumento esponenziale dei casi legati alle richieste di asilo degli immigrati.
la premier in senato prima del consiglio UE
Meloni: “L’intesa di Trump sul gasolio russo rischiosa”. Il gelo di Mosca: “Non è affar suo”

Dicevamo che le cose non vanno malissimo, e potrebbero andare molto peggio. La crisi di Hormuz – spiega il rapporto – non si è ancora propagata fino in fondo sulla catena dei prezzi. Al netto di energia e alimentari, l’inflazione a settembre è salita del due per cento, due decimali in più del mese precedente. Il petrolio viene mediamente scambiato a cento dollari il barile, ma si è potuto per così dire avvantaggiare della frenata della domanda mondiale, soprattutto in Cina e Giappone. L’aumento complessivo dei prezzi il mese scorso è stato del 4,2 per cento, troppo per non incidere sul tenore di vita delle famiglie e dunque sui consumi. Se il costo del petrolio si scarica essenzialmente sui trasporti, l’aumento delle tariffe del gas pesa sulla produzione di elettricità e dunque si fa sentire in tutta la filiera dell’industria.
Da gennaio a settembre il prezzo dell’elettricità è salito da 132,7 a 207,5 euro al megawattora. Siccome il gas in Europa costa otto volte quello americano e la generazione dipende troppo da questa fonte, l’elettricità in Italia continua a costare più che altrove: solo nei primi nove mesi di quest’anno il 35 per cento in più della Germania. Rispetto a sei anni fa, l’incidenza dell’energia sui costi totali di un’azienda è cresciuta del 34,5 per cento, il 40 nella sola manifattura. E qui torniamo alla nota di ottimismo del Rapporto, che scommette in una graduale discesa delle quotazioni energetiche a fine anno a quelle gennaio. Se, e solo se Donald Trump porrà fine alla guerra di Hormuz. Se viceversa – dice il direttore del Centro studi Alessandro Fontana – non accadrà «avremmo un mondo molto diverso».
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