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Dal riciclo della carta al dono, la fabbrica delle celebrazioni all’insegna dell’orgoglio patrio

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Il sommo riconoscimento al valore, quando non eravamo sociopatici ma peripatetici, lo dava la toponomastica. Intitolare una strada a qualcuno significava laurearlo in eternità. Ed era anche un modo per offrire i fondamenti della cultura generale: si presupponeva che darsi appuntamento in Piazza Garibaldi, trasmettesse la sua importanza e spronasse tutti a conoscere chi fosse. Ma erano altri tempi. In questi, la certificazione di rilevanza la danno le giornate nazionali. Ce ne sono, solo in Italia, 51 (36 sono state richieste e approvate nel corso delle ultime tre legislature, e 20 nel corso dell’ultima). Non beatificano condottieri, scienziate, artiste, statiste, ma usi e costumi (l’ascolto dei minori, il 9 aprile), princìpi (il dono, la gentilezza, il rispetto), eroi quotidiani (i nonni). Quando non beatificano, stigmatizzano: lo spreco alimentare il 5 febbraio; il bodyshaming il 16 maggio (che sciaguratamente è anche giornata mondiale del mal di testa, ma precipuamente anche giornata internazionale del vivere insieme in pace). Dedicare una giornata nazionale a qualcosa significa cristallizzarla, in certi casi farla esistere, e in certi altri decidere che è fondante, fondativa, essenziale.

Gli Almanacchi diventano così Vangeli, e i calendari insospettabili mezzi di egemonia culturale. E questo governo, che dell’impianto e del reimpianto di valori ha fatto il solo programma che ha seguito e perseguito, ne ha approvate quasi la metà del totale, e non ha ancora finito. E se non ci sbrighiamo ad andare a votare, dichiareranno giornata nazionale: la diplomazia del Bunga Bunga e fare sesso procreativo, il genitore che parla italiano e la donna che partorisce sei volte, l’anniversario della morte di Tolkien e l’aquila romana, il tiro con l’arco e il compleanno di Peppone Calabrese (il conduttore Rai, ora volto di Italiana, che a Fenix è riuscito a dire che Lollobrigida aveva fatto una lectio magistralis, appena dopo che il ministro aveva spiegato che Rita Montalcini avrebbe vissuto più di un secolo perché «ha bevuto e mangiato bene», cioè italiano, e del resto Torino non è Islamabad, a Torino non manca il vino, solo che Montalcini ha vissuto decenni negli Stati Uniti).

Ciò che non è bene Unesco, perché non passa il vaglio dei burocrati dell’Onu, diventa giornata nazionale. Orgoglio patrio. Eccellenza italiana. E, soprattutto, anche se non sempre, un altro giorno festivo in un anno lavorativo che è un apostrofo rosa tra ponti, settimane corte, santi patroni, feste da santificare.

Ecco perché il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ieri ha posto un argine, e dopo aver assentito all’ennesima proposta di istituzione di giornata nazionale, stavolta per il riciclo della carta, ha chiamato i presidenti di Camera e Senato, Attilio Fontana e Ignazio La Russa, e ha detto la frase del vecchio maestro di scuola ai bambini che si lanciano sulla torta, l’imperativo del buon senso quando ancora il buon senso esisteva e non era la rivoluzione di Trump e Vannacci: «Contenetevi».

Che bella cosa da dire. Fosse programma elettorale, prenderebbe il 48 per cento. Dica il candidato cosa vuole fare per questo Paese: «Contenerlo, signore». Che meraviglia (anch’essa giornata nazionale: si festeggia la seconda domenica di ottobre).

Mattarella, solo sul cuor della terra, ha spiegato alla seconda e terza carica dello Stato, che «il numero delle leggi che istituiscono giornate per segnalare valori, eventi, propositi, emozioni o aspetti della vita sta vertiginosamente aumentando, senza che siano emersi in proposito criteri omogenei» e che «la maggior parte di queste giornate prevede la promozione di iniziative ad opera di uffici ed enti pubblici, particolarmente delle scuole, e talvolta anche delle università, prevedendo che svolgano attività didattiche o divulgative sul tema della singola legge». In sostanza, il presidente ha detto: ragazzi, mi avete preso per Frate Indovino?

Non che altrove, nel mondo, siano immuni dal giornismo, anzi: mentre in Italia si resuscita e riadatta un vezzo ducesco (durante il fascismo furono istituite la giornata dell’impero e quella delle forze armate, il Natale di Roma e l’anniversario della Marcia su Roma), ed è una mania e poi una smania che prende tutti, a destra e a sinistra, da anni, altrove si santifica l’irrilevante, che è più universale del pop, e quindi esistono la giornata mondiale del calzino spaiato, delle poste, della pizza, della suocera, della zanzara, dei mancini, delle patatine fritte, del bacio, della password, della lontra (per essere all’altezza, Fratelli d’Italia ha proposto il panettone).

Altrove nel mondo non hanno un Mattarella che richiami alla continenza, al decoro, all’intelligenza. Noi sì, e purtroppo ancora per poco. Forse, se istituissimo una giornata nazionale per la permanenza eterna di Mattarella al Quirinale… No, scusate, scherzo.

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