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Stabilità, non è il debito la soluzione

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Abbiamo un nuovo nemico: l’Europa e le sue regole di bilancio. In estrema sintesi, le norme contenute nel Patto di Stabilità e Crescita – ricordiamolo, le abbiamo negoziate noi – sarebbero troppo stringenti e non ci consentirebbero di far fronte ad una fase tanto complessa e incerta come quella attuale. Da qui la richiesta del governo a Bruxelles: usare parte della flessibilità (leggi debito) già concessa per gli investimenti in energia, anche per sostenere le famiglie e le imprese. Insomma, l’obiettivo sono maggiori margini di manovra e meno vincoli. Cominciamo subito con il chiarire un punto: le regole non sono un vincolo bensì una protezione.

Innanzitutto, le regole comunitarie proteggono i cittadini europei dalla miopia delle scelte nazionali. Noi italiani lo sappiamo bene. Basti ricordare quando il governo Conte 1, composto da Lega e Movimento 5 Stelle, decise di violare tutte le norme allora esistenti con due misure – Quota 100 e Reddito di Cittadinanza – da finanziare a debito, ossia con risorse che non c’erano. La reazione dei creditori fu immediata: lo spread superò i 300 punti base e la coalizione dovette fare marcia indietro. Il conto per i risparmiatori italiani fu davvero salato. In secondo luogo, le regole tutelano dagli effetti delle scelte altrui visto che – come è noto – le economie dei Paesi che condividono la stessa moneta sono estremamente interconnesse. Anche su questo fronte, si tratta di un film che abbiamo già visto con la crisi della Grecia. All’epoca, tutti gli Stati dell’euro dovettero intervenire per prestare denaro al governo di Atene, inclusi quelli con un reddito pro capite inferiore a quello ellenico. Un vero paradosso. Del resto, questa è la solidarietà europea: un principio fondamentale che deve, però, andare di pari passo con la responsabilità. E qui che si innesta la nostra domanda di flessibilità. Quella accordata riguarda gli investimenti nel campo energetico. La logica è la seguente: il debito di oggi serve a rafforzare il sistema economico di domani. Ora, il governo chiede all’Europa di poter finanziare, sempre a prestito, anche le misure di natura congiunturale. Quindi bonus e trasferimenti. In caso di riposta negativa, la responsabilità ricadrebbe interamente su Bruxelles, accusata di impedire all’Italia di far fronte alle difficoltà del momento. Qui, però, la storia va raccontata per intero.

In primo luogo, più debito significa maggiori interessi da pagare, una voce di spesa già elevatissima: dai 77 miliardi del 2023 si è passati agli 87 del 2025, per arrivare a oltre 110 miliardi nel 2029. Così, se da una parte si aiutano le famiglie dall’altra si sottraggono risorse alla sanità, alla scuola, al trasporto pubblico. Non proprio un buon affare. In secondo luogo, e questo è il punto principale, il governo può perfettamente sostenere i cittadini senza dover chiedere il via libera all’Europa. Basta andare a prendere i soldi dove ci sono. Lo abbiamo scritto tante volte su questo giornale: spendiamo 1157 miliardi l’anno senza ottenere ricadute in termini di sviluppo soddisfacenti. «La crescita è ancora troppo debole» ha spiegato la presidente del Consiglio Meloni intervenendo all’assemblea di Assolombarda martedì scorso. In definitiva, le risorse nazionali – non a debito – non mancano. Vanno semplicemente ricomposte, redistribuite e, nel caso, ridotte. Per questo lascia perplessi quanto dichiarato dal Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, secondo cui «dall’esito del negoziato con l’Europa dipenderanno i contenuti della Legge di Bilancio».

Detta così, sembra che il Paese sia in balia delle decisioni prese a Bruxelles. Una posizione singolare per un esecutivo che ha fatto della rivendicazione della sovranità nazionale uno dei suoi principali punti di forza.

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