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Tasse, il punto è come usare quanto raccogliamo

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Il contributo di prosperità proposto da Gianrico Carofiglio, un’aliquota dell’1 per cento sui patrimoni tra 10 e 100 milioni e del 2 per cento oltre, risponde a una giusta preoccupazione, ma nel modo sbagliato. Chi lavora, paga le tasse e rispetta le regole lo fa anche perché crede che così potrà vivere meglio. Se invece vede la ricchezza concentrarsi nelle mani di pochi e la sua condizione non migliorare, smette di fidarsi delle istituzioni e finisce per ascoltare chi promette di rompere le regole. È il rischio per la democrazia che Carofiglio indica, ed è un rischio reale.

La patrimoniale riflette un modo sbagliato di affrontare il problema fiscale, un’imposta alla volta. Quello tributario dovrebbe essere un sistema, un insieme di pezzi che si incastrano, ognuno con una ragion d’essere e tutti con un solo obiettivo, far pagare il giusto nel modo più rapido e meno costoso, per il cittadino e per lo Stato. I sostenitori della patrimoniale vedono invece il fisco come una cassetta degli attrezzi, a cui aggiungerne altri se non si sanno usare quelli che già ci sono.

Negli anni Sessanta Cesare Cosciani, un caposcuola della scienza delle finanze, aveva progettato una riforma fiscale che prevedeva un’imposta personale decisamente progressiva su tutti i redditi. Vi aggiunse una piccola imposta patrimoniale “complementare” per tassare di più i redditi conseguiti senza lavorare e quindi senza sacrificio.

Oggi abbiamo un’Irpef a progressività ridotta. L’aliquota del 43 per cento scatta sopra i 50.000 euro, e chi li supera di poco paga sull’ultima parte del reddito la stessa aliquota di chi guadagna 5 o 50 milioni. Si applica di fatto solo a dipendenti e pensionati, perché per gli altri redditi ci sono cedolari e regimi sostitutivi. Su quasi tutti i contribuenti piovono patrimoniali più o meno raffazzonate, come il bollo sulle attività finanziarie e l’Imu. Solo queste due imposte valgono circa 27 miliardi, quasi il doppio dei 16 incassati dalla Spagna con le sue due patrimoniali e l’imposta sugli immobili.

La giustizia fiscale si fa dentro il sistema che abbiamo, ristrutturandolo secondo un progetto organico, non aggiungendo l’ultima “trovata”. Ripristinare la progressività, ridurre le eccezioni e far pagare chi oggi non paga è più difficile che proporre una nuova imposta. Ma si può e si deve fare.

Argomentare così contro la patrimoniale non è argomentare contro l’equità, ma per l’efficienza del fisco. La patrimoniale non è un’imposta facile da gestire, anzi è forse più complessa di quella sui redditi. I grandi patrimoni sono mobili quanto i grandi redditi e ancora più difficili da valutare, specie quando sono partecipazioni o beni all’estero. Concentriamoci sulle imposte che già abbiamo, facciamole funzionare e poi penseremo, se del caso, ad altre. Nel frattempo, avremo acquisito l’esperienza e le informazioni necessarie per gestirle.

Ma c’è un’ultima ragione, più forte, per evitare fughe in avanti. Dal 2015 al 2025 lo Stato ha recuperato dall’evasione più di 270 miliardi. Patrimoniali proposte o additate non si avvicinano a queste cifre. Ad esempio, quelle spagnole, ordinaria e sulle grandi fortune, prelevano meno di 3 miliardi. Quei 270 miliardi, però, sono stati spesi, non investiti. Il punto non è quanto raccogliamo, ma come scegliamo di usarlo. Redistribuzione e uguaglianza sono obiettivi sacrosanti del bilancio pubblico, ma non è scritto da nessuna parte che si debbano raggiungere solo o soprattutto a colpi di imposte. Se non sappiamo usare bene i soldi che già abbiamo, aggiungerne altri non cambierà la vita di chi resta indietro.

Il Fondo contro gli imprevisti immaginato da Carofiglio è un’idea giusta, ma va finanziato con le risorse che già ci sono, decidendo che cosa viene prima. Perché ogni euro speso male ha un nome e un indirizzo. Un asilo che non ha aperto, un reparto senza le macchine necessarie, una famiglia lasciata sola davanti alla povertà.

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