L’oro sta entrando sempre più nei caveau delle banche centrali. La corsa globale al metallo giallo accelera sotto il peso dei debiti sovrani e delle tensioni geopolitiche internazionali. Le istituzioni monetarie di tutto il pianeta ridisegnano le proprie riserve strategiche per difendersi da un mondo sempre più frammentato e instabile. «Presi insieme, gli argomenti a favore di un’ulteriore diversificazione nell’oro rimangono significativi», ha avvertito Joachim Nagel, presidente della Bundesbank.
Una visione condivisa da Sergio Nicoletti Altimari, vice direttore generale della Banca d’Italia. «Le nostre motivazioni sono del tutto tradizionali e ampiamente condivise dalla comunità delle banche centrali», ha confermato l’esponente di Via Nazionale a inizio settimana. Quello che emerge è un processo non solo di diversificazione dei rischi, ma anche di mitigazione degli stessi.
Più debito, più disponibilità auree
Il fenomeno ridisegna gli equilibri finanziari. I crescenti livelli del debito pubblico mondiale rafforzano la necessità per gli istituti di incrementare le disponibilità auree. «Il recente aumento dei rendimenti dei titoli di Stato globali ha aumentato di nuovo l’attrattiva relativa dei titoli di debito», spiega Nagel. Lo scenario nasconde insidie strutturali.
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«Allo stesso tempo, i crescenti livelli di debito hanno aumentato le preoccupazioni sul rischio di credito di questi asset. Inoltre, è probabile che i rischi geopolitici continuino a plasmare le decisioni di gestione delle riserve», ha chiarito il capo della Bundesbank. La guerra in Ucraina ha spinto numerose istituzioni a comprare oro dopo le sanzioni di Washington alla Russia. Ma non solo.
La situazione a livello globale
I timori sul fardello debitorio americano alimentano le aspettative di diversificazione dal dollaro, con un parziale ritorno delle riserve detenute negli Stati Uniti in territorio europeo. Un fenomeno che ha coinvolto i Paesi Bassi, nello scorso agosto, e altri Paesi europei. Un sondaggio del World Gold Council su 74 banche centrali rivela che il 45% prevede nuovi acquisti nel prossimo anno. Una quota record dal 2018, a fronte di un solo istituto pronto a tagliare.
L’ecosistema internazionale registra un mutamento profondo. «Un cambiamento strutturale nella composizione della domanda è diventato evidente dal 2022», segnala Nicoletti Altimari riflettendo le mosse dei compratori emergenti. La quota degli acquisti ascrivibile alle banche centrali registra una marcia inarrestabile, mentre la gioielleria accusa il colpo dei listini altissimi. L’accessibilità agevolata dei fondi passivi allarga la base degli investitori al dettaglio, generando flussi in entrata titanici dal 2025.
Il ruolo di Italia e Germania
Un marcato supporto alle quotazioni dell’oro giunge dal cosiddetto “debasement trade”, un flusso alimentato dalle paure per gli alti debiti pubblici e per la continua espansione fiscale delle superpotenze, dinamiche in grado di innescare uno svilimento delle monete fiat. «Queste forze sono diventate particolarmente evidenti nel 2025 e all’inizio del 2026, quando la relazione tradizionale tra oro e rendimenti reali si è indebolita in modo significativo», argomenta il banchiere centrale di Via Nazionale.
Italia e Germania osservano questa corsa febbrile da posizioni di vertice. Berlino possiede le seconde riserve globali – circa 3.350 tonnellate per quasi 400 miliardi di euro – e ha mantenuto le sue scorte stabili negli ultimi anni, mentre altri istituti aumentavano gli acquisti. Roma si posiziona al quarto posto mondiale, con un tesoro di 2.450 tonnellate, per circa 280-300 miliardi di euro. Una mole che non scaturisce da una singola mossa, bensì da un percorso secolare di accumulazione iniziato a fine Ottocento.

Il patrimonio subì una contrazione drammatica toccando un minimo storico durante la Seconda guerra mondiale, a causa dei sequestri perpetrati dalle forze naziste. Il dopoguerra segnò una rinascita. Esportazioni floride e ampi surplus commerciali permisero acquisti imponenti fino a raggiungere le quote attuali. All’alba del nuovo millennio una fase insidiosa attraversò i listini.
Tre ragioni a tutela della stabilità
Molti istituti decisero di ridurre le scorte in un clima viziato da prezzi stagnanti e dalla convinzione che il lingotto fosse un asset privo di rendimento. Palazzo Koch compì una scelta controcorrente, conservando la risorsa quale componente strategica inalienabile del bilancio.
Tre ragioni cardine sorreggono questa azione a tutela della stabilità. «La sua performance nel tempo e in un’ampia serie di crisi suggerisce che può aiutare a preservare il valore delle riserve durante periodi di elevata incertezza», ha sottolineato Nicoletti Altimari. La sua presenza corrobora la tenuta dell’intero sistema finanziario. E in tal senso, il metallo «rafforza la fiducia nella capacità della banca centrale di agire come backstop, se necessario», consolidando il ruolo di prestatore di ultima istanza.
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L’inclusione della materia prima migliora la frontiera efficiente dei portafogli, «consentendo di ottenere rendimenti più elevati per un dato livello di rischio». Il fattore dirimente resta l’immunità dal rischio di insolvenza, un elemento che si ricollega ai timori espressi da Nagel sui titoli governativi.
«L’assenza di rischio di credito e di default distingue l’oro da quasi tutte le altre principali attività di riserva», precisa il vice direttore generale della Banca d’Italia, tracciando un perimetro netto rispetto alle valute e alle obbligazioni. E in un mondo in cui rischi e incertezze sono in costante aumento, l’oro si conferma il rifugio preferito delle banche centrali. Ma anche un campanello d’allarme impossibile da ignorare per i governi alla sempiterna ricerca del consenso elettorale.
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