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Scontri, la liceale Giulia difende i violenti: “Non li condanno, in Francia e Spagna ha funzionato”

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«La Spagna e la Francia hanno mostrato che le occupazioni e le manifestazioni possono portare a risultati. Così ci siamo mobilitati anche noi». Giulia Turci è una studentessa del quinto anno del liceo scientifico Cattaneo di Torino, un istituto che da anni non era protagonista di proteste studentesche. Eppure, la scorsa settimana è stato occupato con barricate e lucchetti e venerdì centinaia di giovani sono scesi in piazza.

Questa volta la mobilitazione è più forte che in passato. Cosa sta succedendo?

«C’è così tanto consenso perché parte da un dato di fatto che mette d’accordo tutti: l’edilizia. Le nostre scuole sono fatiscenti, ognuno ha dei problemi. Da noi ci sono classi in cui piove dentro, oppure altre chiuse per via di un sottotetto caduto l’anno scorso e mai riparato. La scuola negli anni ha fatto varie segnalazioni ma i lavori non sono mai partiti».

Protestate per l’edilizia proprio adesso che sono appena terminati i lavori del Pnrr…

«Evidentemente non bastano, chiediamo cambiamenti strutturali. Il Pnrr finisce quest’anno: ci chiediamo quali prospettive di miglioramento ci siano da ora in poi. Il governo investa nell’istruzione».

Le occupazioni contestano questo governo nello specifico?

«Volevamo mandare un messaggio a Roma: i soldi per la scuola non bastano. E invece il governo emana riforme inutili, come l’ultima sul tetto agli studenti stranieri. Ce la siamo studiata e per come è stata scritta riguarda pochissimi studenti, solo quelli appena arrivati in Italia. Quindi non è la priorità, è inutile. È solo propagandistica e razzista».

Durante la mobilitazione ci sono stati gruppi di giovani che hanno fatto irruzione in alcuni istituti di Torino devastando e rompendo tutto ciò che trovavano. Hanno causato migliaia di danni. Non è un controsenso rispetto alla richiesta di studiare in edifici migliori?

«Queste irruzioni sono state un grave problema per noi, perché hanno messo in pericolo noi occupanti in primis. Quindi certo, non eravamo d’accordo. Giovedì sera hanno provato a entrare anche nella mia scuola e ci stiamo spaventati. E se distruggevano tutto poi quello diventava un problema nostro. Abbiamo cercato di aiutarci tra istituti».

Però non vi siete dissociati. Perché?

«Intanto, crediamo che la cosa più importante sia essere uniti come studenti e non dividerci tra bravi e cattivi. Ma sicuramente ne parleremo nelle prossime settimane per capire come affrontarlo e come integrare questa rabbia nei nostri discorsi».

Chi sono questi giovani così violenti?

«Non lo sappiamo, ipotizziamo siano le fasce della popolazione più di periferia, che vivono in condizioni familiari più difficili rispetto alle nostre. Non è questione di cittadinanza, ma di povertà».

Anche in piazza ci sono stati momenti di tensione.

«Questi invece non li condanno. Perché credo che ci siano ragazzi, soprattutto di seconda generazione, che vivono situazioni di grande disagio ed emarginazione tutti i giorni, ed è normale che in contesti come la piazza questo possa tradursi in azioni violente. Ci sono giovani nati qui che non hanno la cittadinanza nemmeno a 18 anni. Il problema è a monte».

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