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Caso Shalabayeva, oggi la sentenza a 13 anni dall’espulsione

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Roma, 29 maggio 2013. La polizia fa irruzione in una villa di Casal Palocco. Gli agenti della Squadra mobile cercano Mukhtar Ablyazov, banchiere kazaco oppositore del regime. Lui non c’è, ma viene fermata la moglie. Alma Shalabayeva è con la figlia di sei anni. La donna viene accusata di possedere un passaporto falso. Nel giro di 48 ore vengono imbarcate su un volo che da Ciampino le condurrà in Kazakistan. Ci vogliono mesi, invece, per le verifiche dei tribunali italiani sul documento contestato. Alla fine la svolta: quel passaporto è autentico. Di conseguenza anche il decreto di espulsione perde efficacia e il governo, il 12 luglio è costretto ad annullarlo. Si parla di forti pressioni, in quei giorni, da parte dei diplomatici kazaki in Italia. Di fatto, Shalabayeva è stata riconsegnata – in tempi record – a quel regime da cui stava cercando di fuggire. Lei e la figlia riescono a lasciare il Paese d’origine e a tornare in Europa soltanto il 27 dicembre dello stesso anno, atterrata ancora una volta a Roma dopo una trattativa complessa guidata dall’allora ministra degli Esteri Emma Bonino.

Oggi è attesa la sentenza della Corte di Cassazione, che dovrebbe mettere la parola fine a un’inchiesta e ai successivi processi che hanno più volte ribaltato le conclusioni dei giudici. In primo grado, nel 2020, il tribunale di Perugia ha condannato i poliziotti coinvolti per falso ideologico finalizzato al sequestro di persona. Due anni dopo, in Appello, la sentenza viene ribaltata e tutti gli imputati vengono assolti. Nel 2023 la Suprema Corte annulla i provvedimenti e ordina un nuovo processo. La sentenza di Appello bis arriva nel novembre 2025: la Corte di Firenze conferma le condanne per cinque agenti. Sono Renato Cortese, all’epoca dei fatti capo della Squadra mobile di Roma, i suoi funzionari Francesco Stampacchia e Luca Armeni, l’ex responsabile dell’Ufficio immigrazione Maurizio Improta e il collega Vincenzo Tramma. Gli agenti intervenuti il 29 maggio di tredici anni fa agirono su mandato dell’Interpol: Mukhtar Ablyazov, inseguito da un mandato di cattura internazionale dall’autorità giudiziaria del suo Paese dopo essere diventato un dissidente, a capo dell’opposizione.

«Nel pieno rispetto dell’autonomia della magistratura, auspichiamo una definitiva assoluzione che restituisca serenità e giustizia ai colleghi e riaffermi un principio irrinunciabile: chi serve lo Stato, assumendosi ogni giorno responsabilità difficili, deve poter contare sulla tutela delle istituzioni quando agisce correttamente nell’adempimento dei propri doveri». Così Enzo Letizia segretario dell’Associazione nazionale funzionari di polizia. Stessa posizione di Domenico Pianese, segretario generale del sindacato di polizia Coisp, che ieri confermava la sua presenza «al fianco» degli imputati: «Dopo tredici anni di calvario giudiziario la sentenza della Cassazione sul caso Shalabayeva sarà uno spartiacque per tutti coloro che indossano una divisa. Tredici anni di processi costituiscono un macigno sulla vita personale e professionale dei poliziotti coinvolti. Ma l’esito di questa pronuncia travalica le singole posizioni processuali: tocca direttamente la serenità con cui i colleghi, ogni giorno, devono poter assumere decisioni e assumersi responsabilità nell’esercizio delle proprie funzioni».


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