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L’incubo degli scaffali vuoti nei supermercati: pasta, latticini, frutta e verdura a rischio

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Nei supermercati del Nord gli scaffali delle principali catene – da Coop a Conad e Esselunga – sono ancora pieni, ma la paralisi che da giorni colpisce il Mezzogiorno potrebbe presto risalire la penisola. Con l’autunno, infatti, a fornire frutta e verdura sono in larga parte le campagne del Sud. «Nei nostri punti vendita settentrionali per ora non mancano beni agroalimentari, ma i raccolti si stanno spostando in Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Campania, che in inverno diventano il bacino produttivo d’Italia – spiega Claudio Mazzini, direttore commerciale Freschissimi di Coop Italia -. L’ortofrutta viaggia con un flusso quotidiano. Ciò che il cliente trova oggi in negozio è arrivato stanotte ed è partito ieri, al massimo l’altro ieri, dalla Sicilia. C’è un ricambio continuo che garantisce freschezza, e basta interrompere la catena di approvvigionamento perché i banchi restino sguarniti». Limoni, clementine, uva, pomodori, zucchine, melanzane e peperoni sono tra le voci più esposte, perché provengono quasi esclusivamente da quelle zone. Ma a rischio sono anche mozzarelle e pasta.

All’origine dei disagi c’è l’agitazione degli autotrasportatori contro il caro carburante, che si è tradotta in presidi e strade sbarrate soprattutto in Puglia, Calabria e Campania, ma che non è del tutto risolta neanche in Sicilia. Al Sud le corsie sono già semivuote da giorni. Federdistribuzione segnala carichi fermi nei centri logistici e il pericolo di dover chiudere punti vendita. «Sono a rischio servizi essenziali per famiglie e imprese – dichiara presidente Carlo Alberto Buttarelli -. È indispensabile che vengano rimossi i blocchi che impediscono la libera circolazione delle merci». Sulla stessa linea l’associazione delle cooperative Ancd-Conad. «La libertà di manifestare non può tradursi nella lesione del diritto dei cittadini a ricevere cibo fresco – dice il numero uno Maurizio Pelliconi -. Chiediamo alle autorità competenti di intervenire per ripristinare la legalità».

Per le aziende agricole, invece, è già emergenza. «Nei reparti manca qualche referenza – spiega Mazzini – ma non l’intera gamma, per i consumatori è un disagio, ma gli agricoltori vedono il raccolto rimanere nei campi. Anche per questo abbiamo sottolineato che non sostituiremo la merce mancante con prodotti esteri». Agrintesa, colosso ortofrutticolo romagnolo di Confcooperative che trasforma e commercializza l’ortofrutta dei soci, guarda con particolare preoccupazione ai suoi coltivatori in Calabria. Tra i beni più colpiti c’è il kiwi. Una volta staccato dalla pianta il frutto deve entrare in frigorifero entro 24 ore, ma gli impianti di conservazione si trovano soprattutto in Emilia-Romagna e nel Lazio e i camion non riescono a raggiungerli.

«Nella provincia di Reggio Calabria si coltivano circa 80 mila tonnellate di questo frutto e il 40-50% è pronto, ma dal 14 ottobre non viene colto o finisce a terra perché non si riesce a trasportarlo – racconta Cristian Moretti, direttore generale di Agrintesa -. I produttori sono sconfortati, vedono svanire il lavoro di un anno». Solo per la varietà di kiwi gialla «che interessa noi e altre imprese simili calcoliamo 50 milioni di euro di danni, nel complesso parliamo di centinaia di milioni – sottolinea – A pagare saranno i coltivatori, ne risentiranno gli acquirenti che troveranno meno offerta a prezzi più alti, e l’occupazione».

Lo stallo raggiunge anche i pastifici. Rummo, La Molisana e il pastificio Garofalo stanno rallentando le linee per la mancanza di semola o altre scorte. Non va meglio nel settore lattiero-caseario. Fattorie Garofalo, che nel Casertano conta più di 650 dipendenti ed è in cima ai produttori mondiali di mozzarella campana di Bufala dop, da giorni fatica a ricevere il latte di bufala, che bisogna utilizzare entro 48 ore, e non riesce a spedire le mozzarelle ferme nelle celle. «Secondo le nostre stime, la situazione ci costa almeno 250 mila euro al giorno – spiega l’amministratore delegato Raffaele Garofalo -. A breve rischiamo di interrompere le attività zootecniche, perché mancano mais, soia, fieno e gasolio e l’alimentazione degli animali può arrivare al collasso». Un allarme che riguarda l’intera filiera. «Bloccando la logistica non si riesce a far arrivare i mangimi negli allevamenti – sottolinea Mazzini – né a portare la materia prima alla trasformazione e alla vendita».

Per i cereali, ai tir fermi si somma un quadro internazionale già teso. Secondo la società di Agrifood intelligence Areté, da giugno a ottobre il mais è salito del 30% su Euronext. «Alla base dei rialzi c’è una combinazione di fattori produttivi e geopolitici, i cui effetti sono particolarmente rilevanti per il mercato europeo – spiega l’amministratrice delegata Enrica Gentile –. Caldo e siccità estivi hanno penalizzato soprattutto la produzione comunitaria di mais». A pesare sono ora in particolare le incognite relative al Mar Nero. «Non si tratta soltanto di difficoltà nel trasferire i cereali dalle aree produttrici a quelle importatrici, ma anche di equilibri mondiali più tesi rispetto al periodo precedente alla guerra – precisa Gentile – che rendono i mercati più vulnerabili alle interruzioni dei flussi commerciali»

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