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Da Katia Ricciarelli a Rita Levi Montalcini, a Torino in mostra gli abiti delle muse di Capucci

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I suoi abiti sono sculture da indossare, architetture di stoffa in cui volumi, pieghe e colori si rincorrono con una libertà che sfida le tendenze e supera i confini dell’immaginario. Roberto Capucci ha fatto della moda una forma d’arte, vestendo donne dal fascino e dal talento straordinari: da Valentina Cortese a Lucia Bosè, da Catherine Spaak a Katia Ricciarelli, fino a Rita Levi Montalcini, che nel 1986 ritirò il Nobel per la Medicina indossando una sua creazione in velluto.

Oggi, a 95 anni, il Maestro torna protagonista a Torino con “Roberto Capucci. Vestire LE muse”, la mostra che dal 6 novembre – e fino al 28 febbraio 2027 – il Museo di Arti Decorative Accorsi-Ometto dedica al suo universo creativo.

Cinquanta mise raccontano il legame tra lo stilista e le donne che hanno ispirato la sua ricerca, dal cinema alla lirica, dalla scienza all’aristocrazia. Un guardaroba d’eccezione, curato dalla storica dell’arte e del costume Silvia Mira, che svela come dietro ogni creazione non ci sia soltanto una silhouette da valorizzare, ma una personalità da interpretare. Perché Capucci non ha mai vestito semplicemente un corpo: ha costruito intorno a esso forme, proporzioni e geometrie capaci di trasformare chi le indossa in una presenza scenica.


Il percorso si apre con un abito da sposa, che per lo stilista-artista rappresenta la massima espressione della regalità, e prosegue tra silhouette scenografiche, costruzioni sorprendenti e dettagli che rivelano una padronanza assoluta della materia: il velluto di Rita Levi Montalcini, l’abito da sera viola di Valentina Cortese, il costume di scena per La vedova allegra indossato da Raina Kabaivanska e la creazione in georgette rosso e ciclamino di Katia Ricciarelli. Accanto alle dive, trovano spazio le donne dell’alta società, con una sezione speciale dedicata alla duchessa Maria Luisa Gaetani d’Aragona: una quindicina di abiti del suo guardaroba personale, presentati per la prima volta a Torino, raccontano una donna dai molti interessi, appassionata di fotografia, viaggi e arte, impegnata anche in iniziative filantropiche. Perché dietro ogni creazione c’è una personalità, e dietro ogni musa una storia che merita di essere divulgata.


Ma questa è soltanto una parte della narrazione. In mostra arrivano anche bozzetti e illustrazioni che svelano il dietro le quinte della creatività: dai disegni della prima collezione autunno-inverno del 1951, molti dei quali inediti, alle sperimentazioni parigine degli anni Sessanta, quando Capucci gioca con colori fluorescenti e materiali inusuali come la plastica. Nei Settanta entrano in scena corda, bambù e sassi; più avanti saranno la natura, le geometrie e il plissé a diventare protagonisti. Una ricerca che non si è fermata neppure davanti alla danza, come dimostrano i bozzetti dei costumi per Le creature di Prometeo, presentato al Festival dei Due Mondi di Spoleto nel 2020.


Non è la prima volta che Capucci incanta il pubblico torinese: nel 2013 le sue creazioni erano state ospitate anche alla Reggia di Venaria, in una grande esposizione dedicata alla sua ricerca stilistica. Oggi, all’Accorsi-Ometto, il ritorno è un invito a guardare la moda con occhi diversi: non soltanto come questione di tendenze, ma come forma d’arte, espressione di carattere e bellezza senza data di scadenza.

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