BRUXELLES. Più di 90 milioni di cittadini europei si trovano sotto quella soglia che li considera “a rischio povertà o esclusione sociale”. La crisi energetica continua a far salire le bollette e il prezzo del pieno. Ogni giorno siamo esposti a immagini di guerre in corso alle porte dell’Europa, mentre nelle grandi capitali le manifestazioni di protesta dei cittadini – soprattutto quelli più giovani – sfociano in atti di violenza. In questo contesto, e alla vigilia di una tornata elettorale che coinvolgerà alcuni dei più importanti Stati membri dell’Unione, il consenso per i partiti populisti registra il suo massimo storico.
Sono Marco Bresolin e questa è Condominio Europa, la nuova newsletter de La Stampa che spedisco nella tua casella di posta elettronica direttamente da Bruxelles per aiutarti a decifrare la complessità degli affari europei attraverso notizie, storie, analisi e curiosità raccolte nei palazzi delle istituzioni Ue. Con un pizzico d’ironia, che non guasta mai. Puoi iscriverti gratuitamente qui.
*AVANTI POPULIST*
In Europa, “l’indice del populismo autoritario” non è mai stato così alto dal Secondo dopoguerra a oggi. L’indice è un parametro che misura il consenso per i partiti più estremi, considerati appunto populisti oppure autoritari, e dice che un elettore su tre è ormai deciso ad affidare il proprio voto a formazioni politiche che propongono soluzioni semplici a problemi complessi, promuovono politiche radicali, spesso con tendenze autoritarie.
L’indice è stato messo a punto dal ricercatore svedese Andreas Johansson Heinö, che ha esaminato la situazione in 31 Paesi europei (quelli che fanno parte dell’Ue, più Svizzera, Norvegia, Islanda e Regno Unito) e analizzato ben 76 partiti classificati secondo le etichette di cui sopra.
Per quanto riguarda l’Italia, sono stati inseriti in questa categoria il Movimento Cinque Stelle, la Lega e anche Fratelli d’Italia (ma non Futuro Nazionale di Roberto Vannacci perché non ha ancora affrontato un test nazionale vero e proprio).
Nell’ultimo decennio, Heinö ha pubblicato cinque diversi report. Il primo nei giorni immediatamente successivi al referendum sulla Brexit. L’edizione del 2026 – realizzata per Timbro (che è un think tank svedese) ed Epicenter (la rete che riunisce tredici diversi think tank europei, tra cui l’Istituto Bruno Leoni) – ha registrato il picco più alto e porta con sé una serie di riflessioni interessanti. Eccole.
La prima è quantitativa: ormai un elettore su tre è attratto da questi partiti.
La percentuale registrata nel 2026 (32,61%) è la più alta in assoluto e rappresenta un incremento di ben dieci punti percentuali rispetto a soltanto cinque anni fa. Tra il 1946 e il 2001, i partiti populisti e autoritari sono sempre rimasti più o meno sopra il 10%, ma non sono mai andati oltre il 15%.
Poi è iniziata l’impennata, a partire dal 2002, vale a dire l’anno in cui è entrato in circolazione l’euro. È proseguita nel 2004, l’anno del grande allargamento dell’Unione europea, e si è ulteriormente inasprita a partire dal 2008, l’anno della crisi economica, e poi ancora nel 2015, quello della crisi migratoria lungo la rotta balcanica. Tra il 2018 e il 2021 – c’è stata una lieve flessione (il 2020 è stato l’anno della pandemia), ma evidentemente la guerra in Ucraina ha dato un’ulteriore spinta al fenomeno.
La seconda riguarda il trend nei vari Paesi
Ovviamente tutti i numeri sin qui riportati rappresentano una media a livello continentale, ma la situazione è molto diversa da Paese a Paese. La Bulgaria risulta essere quello in cui i cittadini si affidano più facilmente a questi partiti (il 54,4%), ma nelle parti alte della classifica spicca anche l’Italia, al quarto posto (53,3%).
Nei primi cinque Stati in graduatoria, queste forze politiche attraggono la maggioranza degli elettori (tutti registrano un indice superiore al 50%). E l’aspetto interessante è che quattro di questi (Bulgaria, Repubblica Ceca, Romania e Slovacchia) facevano parte del blocco comunista legato all’Unione sovietica, con l’Italia unica eccezione.
Il report sottolinea inoltre un altro dato curioso: soltanto sei Paesi europei (Germania, Irlanda, Malta, Portogallo, Svezia e Regno Unito) non hanno mai avuto partiti etichettati come “populisti o estremisti” al governo negli ultimi 80 anni. Anche se soltanto tre di questi si sono rivelati sin qui totalmente “immuni” (l’Irlanda, Malta e, almeno sin qui, la Germania), mentre negli altri tre Paesi i partiti radicali “hanno esercitato influenza politica attraverso accordi di sostegno e fiducia”.
La terza riflessione è legata alla distinzione tra i populismi di destra e quelli di sinistra.
Dagli Anni Cinquanta a oggi, in Europa, l’estremismo di sinistra è sempre rimasto sostanzialmente confinato in una quota tra il 5 e il 10%. Più vicino al 10% fino agli Anni Ottanta, più vicino al 5% dagli Anni Novanta e fino al primo decennio del Duemila. A partire dal 2011 ha registrato una lieve crescita, ma oggi non raggiunge nemmeno il 7%.
Totalmente diverso il discorso per l’estremismo di destra, che fino all’inizio degli Anni Novanta era rimasto sottotraccia in tutta Europa, per poi iniziare un’ascesa inarrestabile: quei partiti ormai hanno il consenso di un quinto degli elettori europei.
La quarta descrive il declino dei partiti tradizionali.
Di pari passo con la crescita delle forze estreme, questi decenni hanno visto il crollo dei classici partiti della democrazia liberale, come i cristiano-democratici e i socialdemocratici.
Dal 1946 a oggi, i primi hanno più che dimezzato i loro voti (passando dal 20% a meno del 10%). Per i socialdemocratici il calo è stato ancora più netto: stabilmente attorno al 30% fino a metà degli Anni Ottanta, oggi sono scesi al 16%, con il calo più significativo registrato dal 2002 in poi.
La quinta ha a che fare con le politiche proposte
Dal punto di vista delle politiche economiche, l’analisi mostra che i partiti analizzati sono sostanzialmente divisi a metà tra quelli che promuovono ricette neoliberali e quelli che invece invocano maggiore statalismo e protezionismo.
Tra le forze di estrema sinistra prevale chiaramente questa seconda linea, mentre i partiti di estrema destra presentano significative differenze tra di loro. Ed è in corso una sorta di mutazione.
Sul fronte economico, i nazionalisti fiamminghi del Vlaams Belang, ma anche i francesi del Rassemblement National, “si sono spostati significativamente a sinistra – si legge nel report – con maggiore enfasi al welfare e al protezionismo.
Dal punto di vista culturale, invece, vale un po’ il discorso inverso. I partiti dell’estrema destra sono compatti su una linea conservatrice, identitaria e anti-migranti. Mentre nell’estrema sinistra il fronte è più variegato e non è difficile trovare forze politiche con posizioni simili a quelle dei partiti del campo opposto, come Bsw in Germania, Kke in Grecia, Psd in Romania e Smer in Slovacchia.
Dopo la Brexit, l’uscita dall’Unione europea non è più una priorità per i partiti populisti. Anzi. Pur essendo tutti etichettati come “euroscettici” (solo Fratelli d’Italia e i romeni di Psd non rispondono a questa categoria, sostiene il report), questi partiti si oppongono chiaramente alla cessione di ulteriore sovranità all’Ue, ma ne riconoscono la legittimità e puntano a cambiarla dall’interno.
*PLATA O PLOMO?*
“Preferite la pace o il condizionatore acceso?”. Era l’aprile del 2022 quando l’allora premier Mario Draghi mise gli italiani di fronte a questo dilemma, sottolineando in maniera iperbolica la necessità di rinunciare a qualcosa (il condizionatore sino a quel momento alimentato con il gas russo) in cambio della pace.
Quattro anni e mezzo dopo, purtroppo, siamo ancora lì. Con la fattura energetica alle stelle e la guerra in Ucraina che continua a uccidere.
Volodymyr Zelensky da una parte tratta con gli inviati di Donald Trump nella speranza di arrivare a un accordo di pace, ma dall’altra chiede aiuto agli alleati europei perché sa che i negoziati potrebbero trasformarsi nell’ennesimo buco nell’acqua.
Intervenendo al Consiglio europeo della scorsa settimana, il presidente ucraino ha detto che per il 2027 il suo Paese ha bisogno di altri 70 miliardi dall’Europa. E per rispondere a chi gli chiedeva se fosse preoccupato dell’avanzata dei partiti estremisti che si oppongono al sostegno per Kiev – come il Rassemblement National o Afd – Zelensky non l’ha messa sul piano della difesa dei valori, della libertà e del diritto internazionale. No, ha scelto un’altra strada.
Avendo capito che questi temi non fanno troppa breccia nel cuore e nel cervello delle forze politiche populiste, ha usato un argomento molto più concreto, che tocca le corde sensibili di questi partiti. “Se ci arrendessimo, la Russia distruggerebbe l’Ucraina e venti milioni di ucraini fuggirebbero in Europa”.
Zelensky non lo ha detto con toni minacciosi, ma si è limitato a una semplice constatazione. Eppure, l’eurodeputato Roberto Vannacci, durante il dibattito nell’Aula di Strasburgo, lo ha subito accusato di aver “ricattato” l’Europa. Perché per i destinatari del messaggio, scegliere tra il sostegno a un Paese in guerra e quello ai suoi cittadini che fuggono, è un po’ come sentirsi dire da Pablo Escobar: “Plata o plomo”?
*ROMPERE IL GHIACCIO*
L’Unione europea ha messo a punto la propria strategia per l’Artico, una regione che secondo Ursula von der Leyen rappresenta “il luogo in cui le placche tettoniche della geopolitica si scontrano”. Se ti interessa approfondire, trovi tutti i dettagli in questo articolo.
Tra i progetti in cantiere ci sono la realizzazione di un nuovo cavo sottomarino per il trasferimento di dati, che raggiungerà la Groenlandia per poi proseguire verso Canada e Giappone. L’estensione della connettività satellitare in tutta l’area con il sistema europeo Iris2, concorrente di Starlink. Un centro di monitoraggio sottomarino ad hoc per proteggere le infrastrutture critiche e controllare il traffico navale.
E poi ancora: la messa in comune della flotta di navi rompighiaccio, l’uso dei programmi di ricerca europei per studiare i cambiamenti climatici, l’integrazione delle reti ferroviarie anche a uso militare e lo sviluppo di progetti strategici per l’estrazione di minerali critici.
*ALLA CORTE DEI SOCIALISTI*
Con una mossa a sorpresa, il Parlamento europeo ha deciso di sostenere la proposta presentata dal gruppo dei socialisti-democratici di assegnare il premio Sakharov per la libertà di pensiero alla Corte penale internazionale e ai suoi funzionari.
Una mossa che rappresenta uno schiaffo alla Casa Bianca, che ha deciso di sanzionare i giudici della Corte, e soprattutto un invito alla Commissione europea, che nonostante le pressioni non ha ancora proposto l’attivazione dello Statuto di blocco per mettere i funzionari al riparo dall’effetto delle sanzioni.
Il premio alla Corte ha anche un significato politico interno all’Europarlamento perché in qualche modo assesta un colpo all’asse tra popolari e conservatori che in più occasioni aveva turbato gli equilibri della maggioranza europeista. Gli eurodeputati del Ppe avevano infatti proposto di assegnare il premio a Tundu Lissu, leader dell’opposizione in Tanzania, e la sua candidatura era stata presentata congiuntamente con il gruppo dei Conservatori, di cui fa parte Fratelli d’Italia.
*VACANZE ROMANE*
Il Consiglio europeo del prossimo marzo con ogni probabilità si terrà a Roma, in deroga alle disposizioni dei Trattati che prevedono Bruxelles come unica sede per i vertici formali. Per il via libera, serve l’unanimità, ma il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ha già avanzato formalmente la proposta e il Belgio – Paese che dovrà rinunciare al summit – ha fatto sapere di essere favorevole.
La ragione ufficiale di questo spostamento è legata a motivi istituzionali: il 25 marzo sarà il settantesimo anniversario della firma del Trattato di Roma, quello che sancì la nascita della Comunità economica europea. Ma è chiaro che l’evento potrebbe rivelarsi un’importante vetrina internazionale per Giorgia Meloni proprio alla vigilia delle prossime elezioni politiche.
*VACANZE ROVINATE*
Due terzi delle prenotazioni alberghiere online in Europa ormai passano da Booking, ma di chi è la responsabilità se dietro un annuncio si nasconde una truffa? La Commissione europea ha aperto un’indagine per valutare se la piattaforma abbia fatto e stia facendo il possibile per individuare e contenere i rischi relativi alle inserzioni fraudolente, visto che la stessa società ha segnalato un aumento del 500% delle truffe dal 2022 al 2024, che hanno raggiunto un valore annuo di 4,2 miliardi di euro.
Il procedimento formale è stato avviato ai sensi del Dsa, il regolamento sui servizi digitali che impone una serie di obblighi per le piattaforme più grandi. Tre, in particolare, i filoni d’indagine. Il primo servirà per esaminare se Booking “abbia adeguatamente individuato e valutato i rischi sistemici connessi alla diffusione di contenuti illegali” (annunci falsi, proprietà inesistenti, frodi oppure offerte di alloggi non conformi) e se abbia messo in atto misure efficaci per limitare i danni ai consumatori, per esempio rimuovendo gli annunci fraudolenti.
Il secondo filone riguarda truffe di phishing che sono state realizzate grazie alla condivisione dei dati degli ospiti oppure attraverso il servizio di messaggistica. Il terzo è invece relativo agli annunci che godono di maggiore visibilità in cambio di una commissione più elevata: secondo la Commissione, se si tratta di inserzioni pubblicitarie vere e proprie l’utente deve essere messo nelle condizioni di poterle distinguere dagli altri annunci e deve avere a disposizione tutte le informazioni.
*I FALSARI*
C’era una volta il traffico di “bionde”, le sigarette che arrivavano sulle coste europee a bordo delle navi. Ora anche questo mercato si sta adattando alle mode e alle nuove abitudini dei consumatori e a conquistare il primato nel mercato illegale dei prodotti contraffatti sono i filtri, il tabacco sfuso, quello da masticare e le sigarette elettroniche.
Il dato emerge dal rapporto annuale realizzato dall’Euipo (l’ufficio Ue per la proprietà intellettuale) e dalla direzione generale della Commissione europea che si occupa delle dogane (Dg Taxud), secondo il quale l’Italia risulta essere di gran lunga il principale hub europeo per lo smercio di prodotti contraffatti. O quantomeno quello in cui viene effettuato il maggior numero di sequestri.
Buon weekend e alla prossima settimana!
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