«Mi hanno proposto questo film e ho accettato per una questione di impegno civile. Sentivo fortissima la necessità di dare un contributo. Quella di Giulia è una storia particolare che si è incisa nella coscienza collettiva: eravamo tutti in strada per Giulia». Paola Randi racconta a La Stampa il suo lavoro in Se domani non torno, film incentrato su Giulia Cecchettin, vittima di femminicidio nel 2023. Presentato in anteprima ad Alice nella città e alla Festa del Cinema di Roma e dal 5 novembre in sala, il film non si sofferma a raccontare carnefice e omicidio, preferisce concentrarsi piuttosto sul vissuto della famiglia e sull’assenza che Giulia ha lasciato. Un’assenza-presenza, nel film Giulia la vediamo, interpretata da Sabrina Martina. Sua sorella Elena è Tecla Bossi, suo fratello Tommaso Allione e il padre, Giulio Cecchettin, è Filippo Timi.
Perché il caso di Giulia ha fatto tanto rumore?
«Anzitutto per Giulia, che è una di noi, poteva essere nostra figlia, nipote, amica, compagna di università. Prima di lei la percezione sociale del femminicidio era di un reato commesso da mostri sconosciuti, maniaci malati che chissà da dove arrivassero, grazie all’intervento di Elena e Gino Cecchettin questa storia ha smascherato una cosa: chi ammazza le donne non è qualcuno di misterioso, sono i fidanzati, mariti, ex mariti, fratelli, insomma le persone che hanno accanto. Il problema prescinde dal singolo, è culturale. C’è chi considera le donne non come individui assolutamente liberi, ma come una proprietà su cui pretendono di avere un potere. Bisogna educare i ragazzi al rifiuto, che non è una diminutio, ma una cosa normalissima della vita che abbiamo vissuto tutti».
Ha tenuto la definizione di Elena Cecchettin secondo cui quello di Giulia è stato un «omicidio di Stato».
«L’abbiamo riportata fedelmente, era giusto, è stata una dichiarazione rivoluzionaria. Parlare di patriarcato all’epoca era un tabù, nessuno poteva affrontarlo in maniera così diretta e lucida come ha saputo fare Elena. Molti allora dicevano che il patriarcato non esiste, oggi addirittura c’è chi lo rivendica. Lei sposta l’attenzione dal singolo alla società. Quando si dice «Lo Stato non ci tutela e non ci protegge» è perché la tutela dello Stato passa anche per una cultura di civiltà e rispetto reciproco, per l’educazione alle pari opportunità e pari diritti, per una cultura che superi le differenze di genere e ricordi i dettami fondamentali della nostra costituzione. La difesa dei diritti appartiene a tutti e tutte, è evidente che c’è una parte della società che vive un privilegio, il patriarcato è una cosa concreta che viviamo ogni giorno, e chi gode di questo privilegio non può sentirsi assolto».
L’incontro con Gino Cecchettin com’è andato?
«È stato bellissimo. Un uomo simpatico, gentile, delizioso, abbiamo la stessa età, è scattata subito una familiarità. Poi ho conosciuto i figli Elena e Davide ed è stato un altro incontro memorabile, sono stati molto generosi nei loro racconti. Il libro era il punto di vista di Gino, avevamo bisogno di capire anche i loro».
Che impressione ha avuto conoscendo la famiglia Cecchettin?
«Quella di una bellissima famiglia, unita, a un certo punto ho detto: «Mi spiace molto non poter conoscere Giulia». Gino ha risposto: «Eh, sì». Con grande orgoglio verso sua figlia. Mi ha colpito il dialogo intergenerazionale importante che c’è in famiglia. Se uno ascolta Gino, ci si immedesima, anche se come me non ha figli. Ho vissuto con commozione ed emozione l’incredibile lucidità di Elena, poi. È una di quelle famiglie che vanno raccontate, perché rappresenta la maggior parte degli italiani, che lavorano, credono nell’unione delle proprie famiglie, sono generose e di grandi sentimenti, non violente. Dobbiamo ricordarci che questi italiani sono la maggioranza. Ha scritto il libro per raggiungere più persone possibili, il film si spera ampli ancora di più il pubblico».
È un film che mira a raccontare l’assenza, e il dolore come trasformazione.
«Il film lavora sul percorso emotivo dei personaggi e cerca di raccontare la portata di un evento del genere. Come dice Timi Gino come un cavaliere medievale ha affrontato i draghi, il suo incredibile processo di trasformazione mi ha colpito tantissimo. E’ un uomo che sa mettersi in ascolto dei suoi figli, questa è una storia dove gli adulti imparano dai ragazzi proprio mettendosi in ascolto».
L’ascolto dei ragazzi manca in questa società, ne sono prova le manifestazioni di questi giorni.
«La gioventù non può essere vista come un problema da affrontare. Quando c’è un grido così forte bisogna anzitutto mettersi in ascolto e vedere dove arriva. Abbiamo già una quantità di leggi e strumenti per intervenire, per individuare la rete dove queste cose vengono fomentate. La gioventù è un momento di trasformazione, sei un essere in potenza, ti devi formare e la società non è fatta da estranei, è fatta da noi che possiamo trasformarla e disfarla, in maniera pacifica. La violenza genera violenza».
Sugli attori, come ha diretto Timi nei panni di Giulio Cecchettin?
«Abbiamo parlato molto, Timi ha accolto questo ruolo con grande generosità. All’inizio come me e come tutti era spaventato, preoccupato per come avremmo affrontato un tema come questo. L’ho incontrato a casa sua e mi ha detto che la sceneggiatura (della stessa Randi con Lisa Nur Sultan, ndr) era bellissima».
Come ha scelto le sorelle Cecchettin?
«Abbiamo visto tante giovani attrici, l’Italia è piena di giovani talenti straordinari. Non volevamo imitazioni, ma evocare i personaggi. Sabrina Martino è un’attrice che ha una luce che ricorda quella di Giulia, il suo sorriso è irresistibile. Tecla Bossi è al suo debutto, l’abbiamo scelta al secondo anno di Accademia, mi aveva colpito avesse la stessa autorevolezza di Elena, piena di grazia, in cui la fragilità diventa una forza straordinaria».
Cosa spera per questo suo film?
«Vorrei che aprisse un dialogo. Se le famiglie, gli adulti, i ragazzi dopo aver visto il film cominciassero a parlare sarebbe bello. E magari capire che l’identità, anche maschile, non c’entra niente con la prevaricazione sugli altri. Insomma vorrei che il film continuasse a fare rumore, per Giulia».
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