Come funziona il sistema elettorale israeliano
Per comprendere i possibili scenari che si apriranno all’indomani del voto del 27 ottobre, occorre innanzitutto decifrare le regole dell’architettura istituzionale d’Israele, un sistema parlamentare proporzionale unico nel panorama internazionale.
- Un unico collegio nazionale e liste chiuse: In Israele non esistono collegi uninominali o circoscrizioni regionali; l’intero Paese costituisce un unico collegio elettorale. Gli elettori non votano direttamente per un candidato premier né esprimono preferenze per singoli parlamentari, ma scelgono sulla scheda un simbolo di partito legato a una lista chiusa predisposta prima del voto.
- I 120 seggi della Knesset: Il parlamento israeliano è unicamerale e si compone di 120 deputati. Chi entra alla Knesset dipende esclusivamente dalla posizione occupata nella lista di partito.
- La soglia di sbarramento (3,25%): Per accedere alla ripartizione dei seggi, una lista deve superare l’asticella del 3,25% dei voti validi (pari a circa 170.000–180.000 voti effettivi). I voti ottenuti dai partiti che rimangono al di sotto di questa soglia vengono azzerati e dispersi, riducendo il totale dei voti “utili” e avvantaggiando in proporzione le forze che conquistano la Knesset.
- Gli accordi di surplus (Bader-Ofer): Prima del voto, due liste affini possono firmare un accordo tecnico sui resti decimali. Attraverso il metodo matematico Bader-Ofer, i due partiti vengono trattati come un’unica grande lista nella ripartizione dei seggi residui, a patto che entrambe le liste superino la soglia del 3,25%.
- La quota magica di “61 seggi”: Nella storia d’Israele, nessun singolo partito ha mai conquistato da solo la maggioranza assoluta dei 61 seggi; tutti i governi sono pertanto nati da coalizioni. Ma per ottenere la fiducia della Knesset non è necessario disporre di 61 deputati: è sufficiente che i voti favorevoli superino quelli contrari. Un governo può quindi nascere anche senza la maggioranza assoluta, grazie all’astensione o al sostegno esterno di altri partiti, pur restando politicamente più fragile.
Il ruolo del presidente dello Stato e i tempi dei negoziati: Dopo la proclamazione dei risultati, il presidente dello Stato (Isaac Herzog) consulta i partiti eletti e affida il mandato di formare il governo al parlamentare che ritiene abbia maggiori possibilità di riuscirci, non necessariamente al leader del partito più votato. L’incaricato ha 28 giorni (prorogabili di altri 14) per negoziare la coalizione. Se fallisce, il presidente può affidare un secondo mandato di 28 giorni. In caso di ulteriore insuccesso, almeno 61 deputati possono proporre un altro candidato entro 21 giorni. Se anche quest’ultimo tentativo fallisce, si torna alle urne.
Cosa può succedere dopo il 27 ottobre
Gli ultimi sondaggi e le analisi della vigilia descrivono un Paese spaccato a metà, in cui sia il blocco di governo guidato da Benjamin Netanyahu sia il fronte dell’opposizione sionista faticano a raggiungere autonomamente la quota di 61 seggi. Ecco i cinque principali scenari che potrebbero delinearsi la notte dello spoglio e durante i negoziati post-elettorali.
La vittoria del Blocco Netanyahu
La coalizione uscente di destra, composta da Likud, i partiti ultraortodossi (Shas e United Torah Judaism) e la destra radicale (Otzma Yehudit di Itamar Ben-Gvir e Sionismo Religioso di Bezalel Smotrich), riesce a superare la quota di 61 seggi. Questo esito diventa concreto se il piccolo partito di destra Amcha Yisrael di Ofer Winter varca la soglia del 3,25% o se Smotrich riesce a superare lo sbarramento portando alle urne gli astenuti.
Benjamin Netanyahu otterrebbe il suo ennesimo mandato alla guida del governo più a destra della storia del Paese. L’esecutivo riprenderebbe l’agenda sui tagli di potere alla magistratura, approverebbe le norme di protezione ed esenzione militare per i giovani ultraortodossi ed eviterebbe la nascita di una commissione d’inchiesta statale indipendente sui fallimenti del 7 ottobre.
Il precedente: Alle elezioni del 1° novembre del 2022, Netanyahu conquistò con i suoi alleati religiosi e della destra radicale 64 seggi su 120, grazie anche alla dispersione dei voti delle liste avversarie rimaste sotto la soglia di sbarramento. Nacque il governo più a destra della storia israeliana fino ad allora, con Ben Gvir e Smotrich in posizioni chiave.
La vittoria del Blocco del Cambiamento Sionista
L’opposizione sionista guidata da Gadi Eisenkot (Yashar!), assieme all’alleanza BeYachad (Naftali Bennett e Yair Lapid), a Yisrael Beytenu (Avigdor Lieberman) e a I Democratici (Yair Golan), ottiene direttamente 61 o più seggi senza dipendere dalle forze arabe. Questo scenario si verifica se liste minori come Hendel-Tropper superano lo sbarramento o se il travaso di elettori moderati della periferia sfilati al Likud risulta decisivo.
Eisenkot verrebbe designato Primo Ministro. Il nuovo governo approverebbe immediatamente l’istituzione della Commissione statale d’inchiesta indipendente sul 7 ottobre, voterebbe una legge sull’arruolamento universale (militare o civile) per tutti i cittadini e introdurrebbe il limite massimo di otto anni o due mandati per la carica di Premier.
Il precedente: La fine (temporanea) dell’era Netanyahu nel 2021. Dopo dodici anni consecutivi di governo Netanyahu, Naftali Bennett e Yair Lapid riuscirono a costruire una coalizione di otto partiti, dalla destra nazionalista alla sinistra, comprendendo per la prima volta anche un partito arabo, Raam. Il 13 giugno 2021 il governo ottenne la fiducia con 60 voti favorevoli, 59 contrari e un’astensione. L’obiettivo comune di sostituire Netanyahu prevalse sulle profonde divergenze ideologiche, ma l’esecutivo durò poco più di un anno. La differenza decisiva rispetto allo scenario del 2026 è che nel 2021 Bennett e Lapid non disponevano di una maggioranza sionista autonoma.
L’azzardo del Governo di Minoranza con appoggio o astensione esterna
Il blocco d’opposizione sionista ottiene una maggioranza relativa (es. 57–59 seggi contro i 50–52 di Netanyahu), ma non raggiunge i 61 seggi necessari a governare. Eisenkot presenta comunque il suo governo alla Knesset contando sulla non-sfiducia, astensione o votazione favorevole esterna dei partiti arabi.
Questo scenario incontrerebbe il veto di Avigdor Lieberman, il quale ha dichiarato che non entrerà mai in una coalizione che dipende dal voto o dall’astensione dei partiti arabi. Senza i seggi di Lieberman, la manovra rischierebbe di fallire. Il leader di Yisrael Beytenu potrebbe tuttavia cedere di fronte al rischio di lasciare Netanyahu in carica o pretendere per sé la guida dell’esecutivo.
Il precedente: Rabin governò grazie ai partiti arabi tra il 1993 e il 1995. Quando Shas abbandonò la coalizione nel settembre 1993, il governo laburista di Yitzhak Rabin rimase con appena 56 deputati. A consentirgli di sopravvivere fu il sostegno esterno dei cinque parlamentari delle liste arabe, che non entrarono nell’esecutivo ma contribuirono a impedirne la caduta. Quel governo portò avanti gli accordi di Oslo e concluse la pace con la Giordania. Una differenza importante: Rabin aveva inizialmente ottenuto la fiducia con una maggioranza di 62 seggi, mentre Eisenkot dovrebbe eventualmente formare fin dall’inizio un governo minoritario.
Lo stallo parlamentare e il ritorno alle urne (Netanyahu Premier ad interim)
Nessuno dei due blocchi raggiunge quota 61, diversi micro-partiti cadono sotto la soglia del 3,25% disperdendo centinaia di migliaia di voti, e i veti incrociati impediscono non soltanto la formazione di una coalizione maggioritaria, ma anche di un governo di minoranza sostenuto dall’esterno o favorito dalle astensioni.
Israele entrerebbe in una nuova fase di stallo istituzionale. Il fallimento del primo incaricato non comporterebbe però elezioni immediate: il Presidente potrebbe affidare il mandato a un secondo candidato e, in caso di ulteriore insuccesso, almeno 61 parlamentari avrebbero 21 giorni per proporne un terzo. Esaurite anche queste possibilità, la Knesset verrebbe sciolta e si tornerebbe alle urne entro 90 giorni. Nel frattempo, il governo uscente continuerebbe a esercitare le proprie funzioni, con Netanyahu alla guida fino all’insediamento di un nuovo esecutivo.
Il precedente: Due elezioni senza un governo nel quadriennio 2019-2022. Dopo il voto del 9 aprile 2019, Netanyahu fallì il tentativo di costruire una maggioranza, soprattutto per il conflitto tra Avigdor Lieberman e i partiti ultraortodossi sulla leva militare. La Knesset si sciolse senza che fosse nato un governo. Alle successive elezioni del 17 settembre, né Netanyahu né Benny Gantz riuscirono a formare una coalizione. Israele tornò così al voto nel marzo 2020, precipitando in una crisi che avrebbe prodotto cinque elezioni in meno di quattro anni.
La Grande Coalizione di Unità Nazionale o di Rotazione
Di fronte a un ennesimo stallo elettorale e in considerazione di gravi emergenze belliche e diplomatiche regionali, il Presidente dello Stato favorisce una mediazione d’emergenza.
Si tenterebbe la formazione di una coalizione ad ampia base tra il centro-destra moderato ed elementi del Likud o dei partiti tradizionali. Questa opzione potrebbe prevedere una rotazione della premiership, oppure il ritiro di Netanyahu dalla vita politica dietro un accordo istituzionale o giudiziario.
Il precedente: Dopo le elezioni senza vincitori del luglio 1984, laburisti e Likud concordarono un governo di unità nazionale con alternanza alla guida dell’esecutivo: Shimon Peres governò fino all’ottobre del 1986, quando cedette la premiership a Yitzhak Shamir, rispettando la rotazione. Nel maggio del 2020 Netanyahu e Benny Gantz tentarono una formula simile, ma la coalizione crollò prima del passaggio di consegne e Gantz non diventò premier. I due precedenti dimostra che la formula può funzionare ma si basa sull’estrema correttezza e buona fede dei due premier alternati.
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