NAZARETH. «Fratelli e sorelle non si scherza più, votare stavolta è un imperativo e dobbiamo fare la nostra parte perché in ballo non c’è solo il prossimo governo ma il futuro». L’appello del parroco di Nazareth, Amjad Sabbara, investe i fedeli in attesa della benedizione domenicale tra i banchi della basilica dell’Annunciazione. L’esito delle urne val bene una messa nel cuore della Galilea storica, 80 mila abitanti di cui nove su dieci palestinesi d’Israele, cristiani e musulmani, la più grande città araba, insieme a Umm el Fahem e Rahat, dove per la lunghissima giornata di domani l’affluenza sarà il termometro delle urne. Le strade, con l’insegna “Christmas” sui negozi che ammicca al popolo di Gesù, moltiplicano le foto a grandezza naturale dei leader dei partiti arabi Raam e Lista Unita come se per questa comunità fossero il corrispettivo delle icone sacre delle chiese, gli ultimi santi protettori a cui appellarsi. E un po’ lo sono.
Il conto alla rovescia, che ancora ieri il premier Benjamin Netanyahu ha voluto elettrizzare denunciando la presunta disponibilità dell’Iran a colpire «per disturbare il processo elettorale», agita un Paese talmente spaccato tra pro e contro Bibi che alcuni paventano scenari da guerra civile stile Capitol Hill 2021. Nel mezzo ci sono i palestinesi d’Israele, la faglia sismica, il 20% della popolazione totale nonché minoranza silenziosa che di solito resta lontana dalla politica. Stavolta è diverso. Secondo i sondaggi la percezione di una data cruciale si è inspessita anche da queste parti e potrebbe spingere la partecipazione oltre il 70% garantendo una quindicina di preziosi seggi sui 61 necessari.
«Abbiamo riscontri molto positivi, i palestinesi d’Israele intenzionati a votare aumentano ogni giorno perché, dicono, non ne possono più della criminalità tra bande che qui, negli ultimi tre anni, ha ucciso novecento persone nell’indifferenza della polizia» conferma Yanal Jabarin, portavoce della Lista Unita, la sigla araba laica e progressista che riunisce Hadash, Balad e Taal e che, a differenza dei tradizionalisti d’ispirazione islamica di Raam, non è mai entrata e non ha intenzione di entrare in una coalizione di governo ma è disponibile all’appoggio esterno per mandare in minoranza Netanyahu.
Yanal siede nell’ufficio locale del partito a Umm el Fahem, una quarantina di minuti da Nazareth, l’ex capitale del carbone vegetale dove oggi la disoccupazione supera il 22%. All’esterno ci sono il minareto della moschea di Abu Obaida e qualche manifesto in arabo di Yair Golan, unico candidato israeliano tollerato, all’interno i volantini, le foto storiche, la falce e il martello. La speranza è che l’avversario più temibile di Netanyahu, Gadi Eisenkot, sia disponibile a negoziare: «Se l’affluenza dei palestinesi d’Israele dovesse scavalcare il 70%, i partiti arabi tutti insieme potrebbero portare un bottino tra i 14 e i 16 seggi se non di più, chiuderci le porte sarebbe una mossa suicida».

In questa fetta d’Israele a ridosso della linea verde, oltre cui si allunga quella Cisgiordania che è oggi il far west dei coloni, il 27 ottobre è lo spartiacque. L’emergenza che smuove l’astensionismo più irriducibile non è però la situazione di Gaza o il rilancio del dialogo israelo-palestinese, l’elefante nella stanza della campagna elettorale di cui nessuno parla, ma la sicurezza, con un mega tasso di omicidi dell’11,1 ogni 100 mila abitanti.
«Siamo cittadini di serie B, nonostante il 56% dei medici israeliani siano arabi e nonostante lavoriamo, facciamo studiare i nostri figli, siamo i fantasmi del Paese – nota, amaro, Adam Badir, 48 anni, fisioterapista in diversi ospedali di Tel Aviv –. È sempre stato così, ma dopo il 7 ottobre 2023 le cose sono enormemente peggiorate, siamo chiamati costantemente a giustificarci come fossimo sempre sotto esame. È umiliante. Mi auguro che i miei concittadini abbiano il buon senso di andare alle urne perché solo con un nuovo governo potremo sperare se non di eliminare il razzismo almeno di frenarlo». Dei suoi due figli di 20 e 25 anni, entrambi all’estero, il maggiore è tornato dall’Olanda, come tanti israeliani della diaspora, appositamente per deporre la sua scheda nell’urna.

All’ombra della campagna elettorale più viscerale di sempre, i partiti fanno i loro conti e quelli dell’opposizione, per quanto ad eccezione dei Democratici di Yair Golan tutti gli altri continuino a mantenere le distanze, sanno di doverli fare con le liste arabe. Nel 2023 il leader di Raam, Mansour Abbas fu il primo a rompere per pragmatismo il sommo tabù ed entrare nel governo Lapid-Bennet, uno scenario che il ministro delle finanze Bezalel Smotrich ha giurato non si ripeterà «mai più» perché sarebbe «peggiore del 7 ottobre». La Lista Unita invece è sempre rimasta un passo indietro, ma l’appoggio esterno garantito a Yithzak Rabin nel 1992 e a Ehud Barak nel 1999 consentì nel primo caso l’avvio del processo di Oslo e nel secondo una delle poche sconfitte di Netanyahu. Non c’è due senza tre, scherza Yanal Jabarin: «In un Paese dove non c’è la sinistra, la sinistra siamo noi». Scommette infatti di prendere anche voti non arabi, come quello del giornalista e volto tv Yaron London che ha annunciato il suo sostegno a Raam, al cui secondo posto è candidato l’ex poliziotto israeliano Yoav Segalovitz.
il reportage
La carica della diaspora israeliana: “Torniamo per un voto esistenziale”
dalla nostra inviata Francesca Paci

«La nostra sorte e quella degli israeliani è legata come mai prima», ragiona Tarek Abu Arar, l’altro volto del 7 ottobre, il medico palestinese d’Israele preso ostaggio di Hamas nelle prime ore di quel massacro e ridotto in condizioni tali da aver avuto bisogno di un anno e mezzo per recuperare. Non perdonerà mai, dice: «Mi sento ancora arrabbiato, ferito, tradito due volte, quel giorno prima e poi per la discriminazione, la difficoltà di vivere qui». Voterà ovviamente, ed è convinto che lo faranno in tanti. L’alternativa a partecipare, è subire. Oppure, come si rammarica padre Sabbara, partire: «Nell’ultimo anno sono andate via trenta famiglie della mia parrocchia, emigrano come hanno fatto negli ultimi tre anni 140 mila israeliani». Non si scherza più
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