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Israele, il primo voto dei 550mila ragazzi. Molti di loro lo daranno da arruolati

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TEL AVIV. Sono le cinque del pomeriggio quando dal ponte Halacha viene calato uno striscione. Ci sono due cifre, due date, il 27 ottobre, e il 7 ottobre. Tre anni separano i due giorni e in mezzo ci sono l’attacco di Hamas, la distruzione e le decine di migliaia di morti di Gaza, le guerre in Libano e in Iran, le migliaia di riservisti richiamati e una crisi istituzionale che ha accompagnato l’intera legislatura. Micheal studia per diventare programmatore a Herzliya e sostiene i Democratici di Yair Golan, ha visto il paese diventare più aggressivo, le divisioni politiche trasformarsi in ostilità personali e la guerra occupare ogni discussione sul futuro. Mentre cala lo striscione un sostenitore del Likud di Netanyahu che cammina lungo il ponte grida: Solo Bibi.

Nelle ultime ore di campagna elettorale, le diverse anime dell’opposizione sono tornate nelle strade di Tel Aviv. Sabato migliaia di persone hanno manifestato in piazza Rabin, al raduno dei Democratici con Yair Golan, e poi in piazza degli Ostaggi, dove familiari delle vittime, ex ostaggi e attivisti continuano a chiedere un’inchiesta indipendente sulle responsabilità del 7 ottobre. Il fallimento della sicurezza, l’offensiva contro la magistratura, le concessioni ai partiti ultraortodossi e il potere crescente dell’estrema destra hanno alimentato una mobilitazione che oggi cerca di trasformare il dissenso in una maggioranza parlamentare. Ma la protesta tiene insieme idee molto differenti di cambiamento. Per alcuni significa ripristinare la credibilità dello Stato e dei suoi organi di controllo e per altri significa affrontare il rapporto con i palestinesi, che nessuno dei principali candidati alla guida del paese intende modificare radicalmente.

La distanza è particolarmente evidente tra gli elettori più giovani. Secondo le stime diffuse da Channel 12, circa 550 mila ragazzi tra i diciotto e i ventidue anni sono chiamati per la prima volta alle urne, un bacino potenzialmente equivalente a dieci-dodici seggi. Hanno attraversato l’adolescenza tra la pandemia, le manifestazioni contro la riforma giudiziaria, il 7 ottobre e le guerre successive, per molti il passaggio alla vita adulta ha coinciso con l’arruolamento e il linguaggio della sicurezza ha accompagnato la loro formazione politica, in un paese dove il servizio militare continua a essere uno dei principali criteri di appartenenza nazionale.

Un sondaggio Midgam per Channel 12, condotto a settembre su 301 giovani ebrei al primo voto, mostra che il 74 per cento si identifica con la destra o il centrodestra, contro il 23 per cento con la sinistra o il centrosinistra. Tra gli adulti ebrei le percentuali sono rispettivamente del 67 e del 33 per cento. Il dato racconta una generazione più orientata a destra, senza che questo significhi necessariamente fedeltà a Netanyahu. Il 16 per cento degli intervistati sceglierebbe Yashar di Gadi Eisenkot, il 14 il Likud, il 10 il partito di Naftali Bennett, il 7 i Democratici di Golan e il 5 Otzma Yehudit di Itamar Ben Gvir. Il campione comprende soltanto giovani ebrei: non descrive le preferenze dei loro coetanei palestinesi cittadini di Israele.

La distinzione è decisiva: una parte dei ragazzi vuole sostituire Netanyahu senza contestare i presupposti della politica israeliana verso i palestinesi. Può imputargli il fallimento del 7 ottobre, pretendere una commissione d’inchiesta e la leva per gli ultraortodossi, chiedere un governo più competente e continuare a escludere una soluzione negoziata del conflitto. La sfiducia nel primo ministro non comporta una revisione delle convinzioni sull’esercito o sull’occupazione.

Iddo Elam, vent’anni, è uno dei giovani che si oppongono a questa idea di alternanza. Attivista contro l’occupazione, ha rifiutato il servizio militare ed è stato in carcere per la sua scelta. Oggi voterà per la prima volta. Durante la guerra di Gaza del 2014 aveva otto anni e correva nei rifugi al suono delle sirene, convinto che il conflitto dividesse semplicemente gli israeliani da proteggere e i nemici da combattere. Solo da adolescente, attraverso le immagini di Gaza e della Cisgiordania sui social network, ha cominciato a interrogarsi sulla vita dall’altra parte del confine. Nel 2021 ha partecipato alle manifestazioni contro la guerra durante il governo che si presentava come alternativa a Netanyahu. Ha imparato allora quanto poco un cambio di coalizione potesse incidere sull’occupazione. Il rifiuto dell’arruolamento è arrivato prima del 7 ottobre, contro le aspettative di una società nella quale l’esercito segna il passaggio all’età adulta.

Elam descrive coetanei che possono vivere a pochi chilometri da Gaza senza conoscere le condizioni dei suoi abitanti, giovani liberali che contestano Netanyahu e considerano la questione palestinese estranea alle proprie responsabilità politiche. Il dissenso si scontra con le famiglie, con le scuole, con amici per i quali arruolarsi è il principale dovere verso il paese. Anche per questo i piccoli movimenti contro l’occupazione cercano di raggiungere gli altri ragazzi sui social, con video e testimonianze in ebraico che raramente entrano nel racconto dominante della guerra.

Un’indagine dell’Israel Democracy Institute, condotta a maggio su 576 giovani ebrei e arabi tra i diciotto e i ventidue anni, conferma che le piattaforme digitali sono una fonte centrale di informazione politica. L’interesse per la politica e la fiducia nell’importanza del voto convivono con una partecipazione diretta limitata: la maggioranza non ha preso parte a manifestazioni o campagne organizzate. Tra i giovani arabi, l’87 per cento dichiara l’intenzione di votare. Per molti di loro la partecipazione assume soprattutto il significato di una possibilità di rappresentanza collettiva, in un sistema nel quale il peso politico della minoranza palestinese viene continuamente contestato.

Nelle strade di Tel Aviv questa distanza è visibile. Michaela ha 23 anni, è un’attivista ebrea della Lista Comune, l’alleanza tra Hadash, Ta’al e Balad, racconta gli insulti che accompagnano i cartelli per una democrazia ebraico-araba. La contestazione riguarda la legittimità stessa della presenza palestinese nella vita politica israeliana, Michaela ha scelto di sostenere la lista perché considera insufficiente un’alternanza che non affronti l’occupazione e la discriminazione dei cittadini arabi e la sua critica investe Netanyahu, Eisenkot e Bennett, uomini con storie politiche differenti, accomunati a suo giudizio dall’intenzione di conservare l’assetto fondamentale del controllo israeliano sui territori occupati e il dibattito sulla possibilità di includere partiti arabi in una futura maggioranza rivela quanto quella esclusione sia entrata anche nel linguaggio dell’opposizione.

Qui passa una frattura che la comune avversione a Netanyahu non cancella. I Democratici di Golan vogliono difendere lo Stato di diritto, ridimensionare l’estrema destra e contribuire a un governo alternativo. I giovani della Lista Comune chiedono che il cambiamento investa anche la natura dello Stato e l’uguaglianza tra ebrei e palestinesi.

Gli ultimi sondaggi non attribuiscono una maggioranza autonoma di 61 seggi né al blocco Netanyahu né alle principali forze di opposizione ebraiche. Le due liste arabe, accreditate complessivamente di circa quattordici parlamentari, potrebbero diventare decisive per la formazione di una coalizione. È una possibilità che espone la principale contraddizione della campagna elettorale: il voto dei cittadini palestinesi di Israele potrebbe essere indispensabile per sostituire Netanyahu, mentre la loro partecipazione al governo continua a essere considerata inaccettabile da una parte consistente dei suoi avversari.

Alla vigilia delle elezioni, l’opposizione israeliana condivide una diagnosi sul fallimento del governo più di quanto condivida una visione del futuro. La generazione che oggi entra per la prima volta nelle urne porta con sé il trauma del 7 ottobre e tre anni di guerra, esperienze che hanno rafforzato l’identificazione con la destra di una parte dei giovani e spinto una minoranza a mettere in discussione il rapporto tra sicurezza, occupazione e democrazia. La fine dell’era Netanyahu potrebbe aprire una nuova stagione politica senza modificare il consenso che sostiene alcune delle scelte più profonde dello Stato israeliano. Il risultato del voto deciderà chi governerà il paese. La questione dell’occupazione continuerà a determinarne il futuro anche dopo che Netanyahu avrà lasciato il potere, se lo lascerà.

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