L’Europa che brucia tra piazze in fiamme, precarietà e rabbia giovanile non è il presagio di un’apocalisse imminente, ma il sintomo di una pericolosa “depressione democratica”. Da Parigi a Madrid, fino alle città italiane, le tensioni sociali di queste settimane riaccendono l’incubo di una frattura profonda tra cittadinanza e istituzioni. Ne abbiamo parlato con lo scrittore spagnolo Javier Cercas, che smonta la retorica del “futuro rubato ai giovani” per mettere in guardia dal “vero rischio: la seduzione delle ricette nazionalpopuliste”.
Parigi in piazza contro le riforme, scontro sociale a Madrid e Roma. Perché l’Europa sta “bruciando”?
«In Francia e Italia pesa la protesta sull’istruzione e sui tagli alla scuola, mentre in Spagna – e anche in Portogallo – la rabbia si è concentrata sul dramma dell’abitazione e il carovita. Poi contano le differenti culture politiche: in Francia si vive in una rivolta permanente. Come ricordava il filosofo Raymond Aron, i francesi non amano le riforme, amano la rivoluzione. In Spagna è tutto tradizionalmente più misurato. Ma c’è un filo rosso che unisce queste piazze, compresa quella italiana: siamo immersi in una fase di profonda e pericolosa depressione democratica».
In che senso?
«Montaigne diceva che l’uomo è ondulante, ma lo è anche la storia: a periodi di crescita seguono fasi di discesa. Dopo l’ottimismo sfrenato della fine del Novecento e la caduta del Muro di Berlino, quando si teorizzava la “fine della storia” e la democrazia sembrava l’unica opzione sul tavolo, siamo entrati in una parabola discendente. Questa crisi nasce dal trauma economico del 2008, un terremoto paragonabile soltanto a quello del 1929. Allora portò all’ascesa del fascismo e del totalitarismo».
E oggi?
«Non assistiamo al ritorno del fascismo storico, ma all’affermazione del nazionalpopulismo».
Quali sono le insidie?
«Il nazionalpopulismo è più furbo e per questo molto più pericoloso. Il fascismo andava contro la democrazia apertamente: diceva che non funzionava e che bisognava abbatterla. Il nazionalpopulismo non la attacca dall’esterno dicendo di volerla distruggere: la svuota dall’interno attaccandola nel nome della democrazia stessa, come abbiamo visto chiaramente durante l’assalto al Campidoglio a Washington. I populisti dicono di essere gli unici veri rappresentanti del popolo e che le istituzioni sono corrotte, ma ingannano il popolo e vogliono distruggere le instituzioni».
Le piazze sono piene di giovani precari, senza casa e con un’istruzione carente. C’è una rivolta generazionale contro la mancanza di futuro?
«Non credo a questa narrazione. Si ripete ovunque la formula secondo cui avremmo “rubato il futuro ai giovani”, ma non risponde alla realtà. I problemi concreti ci sono eccome – la casa e il lavoro sottopagato su tutti – ed è giusto che i giovani si arrabbino perché le nostre democrazie soffrono di una vista cortissima: i politici pensano soltanto alle prossime elezioni anziché programmare interventi a cinque o dieci anni. Ma dire che un tempo c’era un’epoca d’oro e che oggi l’avvenire è solo catastrofe è del tutto falso. E può scoraggiare i ragazzi e le ragazze».
Ci spiega?
«Il discorso catastrofista e nero serve solo ai populisti per offrire soluzioni semplici e perverse a problemi complessi».
Per esempio?
«Dicono che la colpa di tutto è degli immigrati e che basta cacciarli per riavere lavoro, soldi e prosperità. È una perversità morale e una menzogna politica, economica e culturale, ma stiamo permettendo che diventi il centro della politica europea».
I populismi minacciano la tenuta dell’Unione europea?
«Sì. Chi trae vantaggio dal disagio e dalla violenza nelle piazze? Gli estremi. E temo che lo vedremo presto nelle prossime scadenze elettorali cruciali in Europa e negli Stati Uniti. Il nostro grande vantaggio rispetto agli anni Trenta è l’esistenza dell’Ue, che costituisce un pilastro fondamentale di stabilità politica ed economica. Ma i nazionalpopulisti puntano a smantellarla. Se a Parigi vincesse Marine Le Pen o un leader che rifiuta apertamente le regole di Bruxelles, l’intero edificio europeo rischia di crollare».
Molti cittadini percepiscono Bruxelles come un burocrate distante. Come si supera questa diffidenza?
«Dicendo la verità. Politica e media raccontano la favola dei “burocrati di Bruxelles”, ma la verità è che burocrati sono dappertutto – Madrid, Roma, Parigi – e che circa l’80% delle decisioni che condizionano la nostra vita quotidiana passano da Bruxelles, e a governare lì ci siamo noi con i nostri voti e i nostri rappresentanti. L’Europa unita è l’unica utopia ragionevole che abbiamo saputo inventare. Per secoli lo sport nazionale europeo non è stato il calcio, è stata la guerra: ci siamo massacrati a vicenda in modo sistematico. L’Unione ha garantito decenni di pace e prosperità che non hanno eguali nella storia».
I singoli Paesi europei possono farcela ad affrontare le sfide globali?
«Da sole, l’Italia, la Spagna o la Francia non contano nulla nello scacchiere globale; uniti siamo una potenza enorme. Il mio sogno è un’Europa federale, capace di conciliare l’unità politica con la diversità linguistica, culturale e identitaria. Il federalismo è un sistema multilivello che parte dal comune e arriva a Bruxelles: la capitale europea non è un’astrazione aliena, è la nostra casa comune e l’unità dell’Europa è la nostra unica possibilità di sopravvivere nel mondo di oggi di fronte a giganteschi blocchi come Stati Uniti o Cina».
Nei momenti di forte tensione si riaffaccia la nostalgia del salvatore della patria: come va affrontata?
«È la tentazione della scorciatoia di fronte alla complessità del mondo, ed è esattamente il punto in cui il nazionalpopulismo mostra la sua matrice più autoritaria. È la promessa illusoria che un leader carismatico possa risolvere ogni male con un gesto d’imperio. La risposta della democrazia dev’essere chiara e netta: non abbiamo alcun bisogno di un uomo forte al potere, abbiamo un disperato bisogno di idee forti».
Qual è oggi il compito della cultura e della parola pubblica?
«Smontare la retorica del catastrofismo e battersi senza tregua contro la demagogia. Quando si vedono ragazzi italiani e spagnoli incontrarsi negli scambi Erasmus e capirsi subito perché condividono la stessa matrice latina e culturale, si capisce che l’Europa non è un artificio burocratico ma un’identità viva. Dobbiamo spiegare che la democrazia non va difesa perché è perfetta, ma perché è l’unico sistema che può garantire libertà, diritti e prosperità. Va custodito ogni giorno».
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