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Koko Kondo, sopravvissuta a Hiroshima: “Il pilota dell’Enola Gay pianse e mi strinse forte la mano”

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Aveva solo otto mesi, Koko Kondo, quando il mondo le crollò addosso. Sopravvissuta alla bomba atomica sganciata su Hiroshima il 6 agosto 1945, ha dedicato la sua vita a battersi per la pace e il disarmo. In questi giorni è in Italia, dove ha partecipato ad Assisi al meeting internazionale «Pace disarmata e disarmante» della Comunità di Sant’Egidio. Nel pomeriggio di giovedì sarà invece al Teatro Pime di Milano per incontrare studenti e universitari.

Kondo, cosa le hanno raccontato i suoi genitori di quel giorno?

«Ero a circa un chilometro di distanza dal luogo dell’esplosione. Quella mattina una signora era venuta a fare visita a mia madre, mentre mio padre era fuori. Forse è l’unico motivo per cui mi sono salvata».

Cioé?

«Mia madre mi teneva in braccio, ma se non avessimo avuto ospiti sarei rimasta probabilmente a letto. D’altronde erano le 8.15 di mattina. E chissà, dopo l’esplosione magari mia madre non sarebbe riuscita a trovarmi in mezzo alle macerie».

La casa è venuta giù?

«È crollato tutto, anche il tetto. Mia madre mi ha fatto scudo con il suo corpo, mi ha tenuta al sicuro sotto di sé».

Ha perso familiari?

«Sì, anche se non direttamente nell’esplosione. Due giorni dopo il bombardamento, mia zia e mia cugina sono venute da una città vicina per sincerarsi di come stessimo e per portarci del cibo: avevano sentito che a Hiroshima era stata sganciata una bomba. Giocavo con mia cugina tutti i giorni, ma circa sei mesi dopo è morta a causa delle radiazioni. È terribile: era venuta solo a trovarci».

Era troppo piccola per ricordare l’esplosione, però è cresciuta in mezzo alla distruzione…

«Ricordo che mio padre, pastore di una chiesa a Hiroshima, ha dovuto celebrare moltissimi funerali, soprattutto di membri della sua comunità. E poi c’erano i bambini con cui sono cresciuta: molti erano orfani o sfigurati. Me ne ricordo in particolare una…».

Chi era?

«Una bambina che voleva pettinarmi i capelli. Lo ricordo molto bene perché era la prima volta che vedevo un pettine da vicino. Mi sono girata verso di lei: le mancava quasi un dito, come se si fosse sciolto. Non sapevo cosa dire».

Lei invece non ha avuto problemi, nonostante fosse stata esposta alle radiazioni?

«Non sono riuscita ad avere figli, anche se li desideravo tantissimo. Alcuni dicono che sia stato per via delle radiazioni. A un certo punto ho pregato Dio di poterne avere. Forse mi ha ascoltata, perché alla fine ho adottato due bambine».

Da piccola si è dovuta sottoporre a delle cure?

«A quel tempo venne istituita l’Atomic Bomb Casualty Commission (ABCC) e un paio di volte l’anno mi venivano a prendere a scuola per accompagnarmi a fare dei controlli medici. Mi piaceva molto andarci: dopo la visita mi davano un succo di frutta e dei biscotti (ride, ndr)».

Per quanti anni l’ha dovuto fare?

«Fino a quando sono diventata adulta. Poi, quando avevo circa quarant’anni, uno dei medici mi ha detto che i dati raccolti sui bambini giapponesi sopravvissuti alla bomba atomica erano stati inviati a Chernobyl, per aiutare i bambini ucraini dopo l’esplosione della centrale. Mi sono venute le lacrime agli occhi».

Ha mai provato rabbia per quello che è successo?

«Da piccola sì, molta. Desideravo trovarmi davanti i responsabili del bombardamento per poterli prendere a calci e pugni. Volevo perfino morderli. Alla fine è successo davvero: ho incontrato il capitano Robert Lewis, copilota dell’Enola Gay, l’aereo che ha sganciato l’atomica».

Quando è stato?

«Nel 1955. Mio padre ed io siamo stati ospiti di un programma televisivo negli Stati Uniti: a sorpresa ci hanno messo faccia a faccia con Robert Lewis: non sapevo cosa fare, non me l’aspettavo. Sono rimasta lì ferma a guardarlo».

Cosa vi ha detto?

«Che dopo aver sganciato la bomba, gli è stato ordinato di tornare a volare sopra Hiroshima per controllare quali fossero stati i risultati. E che vedendo la città dall’alto disse: “Mio Dio, cosa abbiamo fatto”. L’ho visto lacrimare in studio. Ero senza parole: per anni avevo pensato fosse un mostro, e invece era una persona proprio come me. Allora mi sono avvicinata, volevo solo toccarlo: lui mi ha preso la manina e l’ha stretta forte».

È stato uno spartiacque per la sua vita?

«Assolutamente. In quel momento mi sono resa conto che, se proprio dovevo odiare qualcuno, allora avrei dovuto odiare la guerra in sé. Non quella persona, non il nemico».

Quand’è che ha deciso di dedicare la sua vita alla memoria di Hiroshima?

«Dopo aver ascoltato l’ultimo sermone di mio padre nella chiesa di Nagarekawa. Raccontò che il 6 agosto 1945 si trovava sulla montagna sopra la città quando la bomba esplose. L’onda d’urto lo scaraventò a terra e, quando si rialzò, vide Hiroshima in fiamme. La prima cosa a cui pensò fu la sua famiglia, ma subito dopo si sentì in colpa».

Perché?

«Perché, pur essendo un pastore alla guida di una chiesa, riusciva a pensare solo alla sua famiglia invece che a tutta la sua comunità. Quel senso di colpa lo segnò profondamente e lo spinse a impegnarsi per gli altri. Ascoltando il suo sermone, ho capito perché mio padre avesse dedicato così tanto tempo ad aiutare le persone. E ho capito che anch’io volevo seguire la sua strada».

Oggi, con le guerre in corso, si è tornato a parlare di minaccia nucleare e deterrenza. Questo mondo le fa paura?

«Molto. E sono anche così arrabbiata… non riesco ad accettare che continuiamo a combatterci gli uni con gli altri».

Se potesse parlare con la piccola Koko Kondo sopravvissuta alla bomba atomica, cosa le direbbe?

«Di non odiare mai, di ricordare sempre che gli altri non sono degli estranei. Viviamo tutti su questa terra. La nostra terra. Ed è bellissima».

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