Ha trascorso l’attesa per gli exit poll assieme a quaranta amici, in un appartamento nel nord di Tel Aviv. E tutti hanno vissuto il conto alla rovescia, sintonizzati sul Canale12, divisi tra «un’emozione enorme ma anche una grandissima paura». Alla chiusura delle urne, Roy Chen, romanziere e drammaturgo israeliano, butta fuori un: «C’è speranza!». Con la consapevolezza che sarà una lunga notte e che «è ancora presto per festeggiare». Poi subito aggiunge: «Anche i cittadini arabi israeliani hanno partecipato a questa festa della democrazia e sono andati a votare in massa. Complimenti a loro!».
Ha raccontato che sua nonna pretendeva resoconti così minuziosi delle sue giornate che, da bambino, per accontentarla ha cominciato a inventare. Se oggi fosse lei a chiederle: “Allora, Roy, com’è andata?”, cosa racconterebbe?
«Mia nonna Fortuna, nata in Marocco ed emigrata in Israele dopo l’assassinio del rabbino della sua comunità, era analfabeta. Invece di aprire un libro, mi chiedeva di raccontarle una storia. D’amore, naturalmente. Ma dovevano esserci anche suspense e paura, e magari un piccolo miracolo che portasse a un lieto fine. Avevo solo quattro anni e nella mia vita non era ancora successo nulla di significativo. Allora inventavo storie: di una bambina di cui ero innamorato, o di un bambino che non voleva giocare con me. È così, davanti a lei, che sono diventato uno scrittore e un uomo di teatro. Mia nonna è stata il mio primo pubblico. Ed era un pubblico di grande talento: rideva, piangeva, si immedesimava. Se oggi mi chiedesse di raccontarle una storia, ci sarebbe quel che resta di un vecchio amore, e moltissima suspense e paura. Quanto al piccolo miracolo che porta al lieto fine, forse qui dovrei mentire di nuovo, perché il finale non è felice. Ma si sa che ogni fine è l’inizio di qualcos’altro. E quell’inizio, quello che viene dopo la fine, forse è già dietro l’angolo».
Mentre spingeva la scheda nell’urna, quale pensiero o desiderio ha espresso?
«Esercitare la democrazia per mettere fine al potere di un dittatore. Fermare la spirale di sangue. Chiedere il dialogo, un percorso diplomatico».
Dove ha votato? Che cosa dicevano le persone in fila?
«Siamo usciti di casa già alle nove del mattino. Per strada c’era un’energia incredibile: tantissime persone andavano a votare, le file erano lunghe e tutti aspettavano con pazienza, facevano passare avanti gli anziani, si scambiavano cenni d’intesa. Se non riusciamo a mandare via dalla Knesset le persone che non si sono assunte la responsabilità del disastro del 7 ottobre, quelle che hanno ordinato di commettere crimini di guerra e crimini contro l’umanità a Gaza, come potremo vivere in questo Paese? Sono arrivati dall’estero oltre centomila cittadini israeliani per far sentire la propria voce con il voto, e questo ci ha commosso».
Per chi ha votato e perché?
«Dopo più di diciannove anni di Netanyahu al potere, dopo decenni in cui la democrazia ci delude ripetutamente perché non riesce ad avviare un percorso diplomatico per risolvere il sanguinoso conflitto con i palestinesi, ho deciso di votare per il partito dei Democratici, guidato da Yair Golan. Non perché mi rappresenti perfettamente: purtroppo un partito così non esiste. Ma se non voglio che la dittatura continui, devo credere nella democrazia. Questo partito propone la convivenza con i palestinesi, la parità di genere, la separazione tra Stato e religione e un futuro nuovo per la regione».
Presentando il suo romanzo “Il grande frastuono” ha detto che le mancano le voci femminili, anche nel governo. È un pensiero che ha influenzato la sua scelta di voto?
«Nella lista che ho votato c’è parità: un uomo, una donna, un uomo, una donna. Credo che la voce delle donne sia una delle più importanti in un mondo in cui uomini folli e narcisisti mandano al fronte i figli degli altri».
Sempre nel suo romanzo, tre donne dello stesso nucleo familiare abitano mondi molto diversi. Nella sua, di famiglia, oggi come hanno votato?
«Ciascuno ha votato per partiti diversi da quello che da noi viene chiamato il “blocco del cambiamento”, per mandare via i criminali che siedono attualmente alla Knesset».
Se queste elezioni fossero un classico della drammaturgia, quale sarebbe?
«Se dovessi scegliere un’opera teatrale adatta a questo momento, sarebbe senza dubbio l’Orestea di Eschilo. Una guerra che innesca un ciclo di vendette, sangue che chiama altro sangue, e poi un processo».
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