Home Business Gli oppositori e la festa rinviata: “Eravamo sicuri, ce la faremo”

Gli oppositori e la festa rinviata: “Eravamo sicuri, ce la faremo”

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Alle prime proiezioni del voto più lacerante della storia d’Israele, il quartiere generale dei Democratici esplode in un’orgia musicale al ritmo di congas. «Tu hai rotto il Paese e noi lo ripareremo» scandisce il popolo di Yair Golan, sventolando la bandiera nazionale e quella arcobaleno. Basta poco però per fare i conti, e mentre i sound system pompano “Salaam” degli Sheva l’entusiasmo scema: chi ha rotto il Paese è certamente fuori, ma chi si candida a ripararlo non ha i numeri e il futuro, tanto atteso, sembra ora un deserto tutto da attraversare, vuoto come la piazza degli ostaggi pronta alla festa e congelata.

«Di fronte a un’affluenza straordinaria, vicina all’ottanta per cento, eravamo sicuri che ce l’avremmo fatta, che Bibi fosse fuori dai giochi e che potessimo festeggiare tutti insieme qui, dove abbiamo pianto, sperato, riso e celebrato il ritorno degli ostaggi rapiti a Gaza il 7 ottobre 2023» ammettono delusi Ya’cov e Mikhael, 25 anni, seduti su un muretto del mattonato antistante al Museo d’Arte di Tel Aviv che qua e là ricorda ancora quei 738 giorni tutti insieme, le famiglie, gli attivisti, i politici dell’opposizione che arrivavano e giuravano di riprendersi il Paese. Invece, ci si accontenta di una sigaretta: «Domani si ricomincia». Anche nella vicina piazza Habima non c’è l’ombra di un carosello e nei ristoranti di Ahad Ha’Am, cuore pulsante di Tel Aviv, i risultati mandano per traverso vino e shawarma.

Per capire questo misto di orgoglio e di amarezza, il successo di una mobilitazione senza precedenti e la delusione del risultato monco, bisogna riavvolgere il nastro del giorno più lungo d’Israele.

Si accendono le prime luci del mattino quando, in anticipo su chiunque , Adam e Ruth, 59 e 57 anni, consegnano la scheda alla scuola elementare di Gilo, 30 mila abitanti sulle colline ai margini della Bible road, la statale numero 60 che da Gerusalemme scende verso sud attraversando la Cisgiordania occupata per finire nel Negev. Non si pronunciano, ma i poster di Avigdor Lieberman, la destra nazionalista e laica del blocco del cambiamento, accanto a quelli dominanti di Benyamin Neranyahu, raccontano una comunità mista, ultraortodossi, russi, famiglie conservatrici e tuttavia non necessariamente favorevoli al governo in carica. Una trentina di chilometri più avanti, dove i cartelli indicano l’insediamento di Kiryat Arba e le fortificazioni incorniciano la terra senza legge, lo scenario è più omogeneo. «La scelta qui è una sola» dice, sgarbato, un ragazzo con la kippah all’uncinetto e i tefillin sotto la felpa che staziona davanti all’istituto femminile dove, tra le grida dei supporters e il ronzio dei droni, ha appena votato il ministro della sicurezza Itamar Ben-Gvir, onnipresente sui manifesti che si moltiplicano all’ingresso sigillato di Hebron e in prossimità dei villaggi palestinesi, al Arub, Beit Ummar, quel Masafer Yatta protagonista del film Oscar “No Other Land”.

Il tam tam dei dati, diffusi ogni due ore dal comitato elettorale, infonde coraggio. Gli israeliani, composti come a un appuntamento con il destino, si mettono in coda ai seggi. Ad Haifa, Gerusalemme, Petah Tikva, gli osservatori indipendenti, la novità di questa tornata elettorale voluta dalla società civile per controllare un processo in passato non sempre limpido, confermano lunghe e ordinate file. Chi vota per l’opposizione, si scoprirà in seguito, arriva presto, spingendo subito in alto le percentuali di una partecipazione che a mezzogiorno è la più alta di sempre. L’onda dei “bibisti”, il popolo del premier, monta invece nel tardo pomeriggio e cresce, ora dopo ora, al punto che Netanyahu chiederà a più riprese l’apertura prolungata dei seggi oltre le 22. Gioco d’azzardo, come nel carattere del personaggio. Perché la matematica è neutra. L’incognita del voto arabo infatti, l’ago della bilancia in caso di pareggio, si scioglie con le proiezioni dello stallo: da Rahat, Umm el Fahem, Nazareth le cifre confermano il racconto degli attivisti, l’80%, un record mai visto, con cui dovrà fare i conti Bibi ma anche quei partiti che nell’opposizione riluttano.

Lo stress è una costante. Il giorno che doveva unire allontana ancora di più, perfino nel blocco del cambiamento dove i Democratici cominciano a temere di essere stati sacrificati e aver perso voti sull’altare del trionfo di Gadi Eisenkot.

«Ho votato prima del caffé, la priorità è il futuro di Israele» confida Ron Leben, medico e anima dell’ospedale Barzilai di Askhelon, dove il 7 ottobre 2023 ha rimesso insieme i resti di un popolo polverizzato. Con la moglie Judith, entrambi sostenitori di Yair Golan, è un pioniere del moshav Ha Asara, un migliaio di persone tra le villette e i frutteti a pochi passi da quella barriera di Gaza attraverso cui Hamas ha fatto breccia come a Kfar Aza, Nir Oz, Be’eri. Per la prima volta, spiega, alzando la voce per imporsi sui droni che monitorano Beit Hanoun, sono stati allestiti ben due seggi: «Negli ultimi tre anni la popolazione è cresciuta del 10%, molti giovani si sono trasferiti qui perché le tasse sono più basse, sono loro che sostengono Netanyahu». Judith lo ascolta: «Non c’è alternativa al cambiamento perché il Paese non può sopravvivere neppure un minuto di più all’attuale leadership». Ce ne vorranno invece ancora molti di minuti.

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